Spesso i libri dispersi, lungamente irreperibili e non più ristampati, saltano fuori comunque e tornano a galla, vuoi sulle bancarelle dei mercatini dell’usato dove i volumi stanno con il dorso rivolto verso l’alto, simili ai tasti di un pianoforte, in attesa di far risuonare di nuovo le silenziose armonie che conservano o attraverso estenuanti ricerche in rete.

Così è stato per questo Contro l’interpretazione, stampato in Italia nel settembre del 1967 da Mondadori nei Quaderni della “Medusa” (e ristampato per l’ultima volta negli Oscar, nel maggio del 1998), rimasto per lungo tempo una chimera, almeno per il sottoscritto, come quelle sgargianti farfalle che un Nabokov in calzoncini corti inseguiva armato di retino, non si è fatto acchiappare se non dopo una lunga e meticolosa caccia al libro.

Così mi ripetevo, ormai rassegnato, che non l’avrei mai avuto tra le mani, con un po’ di quella inconfessabile superstiziosa intenzione che nasconde il segreto desiderio di poter influenzare la sorte, nella speranza di essere improvvisamente contraddetto da una repentina, inaspettata ristampa. E alla fine questo libro l’ho trovato, ma il desiderio di una ristampa (magari per i tipi de Il Saggiatore) rimane vivo come una ferita aperta.

È davvero incredibile che una raccolta di saggi di questa caratura, considerato un libro quintessenziale degli anni sessanta, sia assente dagli scaffali delle librerie da più di 20 anni. La stessa Susan Sontag, nella ristampa del ’98, inserisce un’introduzione in cui definisce i contorni in cui è nato questo libro e la sua storia, non solo editoriale, ma d’influenza sociale lungo quei suoi primi trent’anni:

«Io ero un’esteta battagliera, naturalmente, ed una malcelata moralista. Non avevo intenzione di scrivere tanti manifesti, ma un insopprimibile gusto per l’espressione aforistica cospirava in me con intenti di risoluta opposizione in modi che a volte mi sorprendevano. Negli scritti raccolti in Contro l’interpretazione è questo quel che più mi piace: la tenacia, la concisione (suppongo di dover aggiungere qui che in gran parte ritengo ancora giuste le posizioni che sostenevo) – questo, e la correttezza di certi giudizi psicologici e morali, per esempio nei saggi su Simone Weil, Camus, Pavese, e Michel Leiris»

Bisogna concordare con l’autrice che i saggi qui raccolti hanno passato immuni la prova del tempo. Certe intuizioni e visioni prendono tuttora di sorpresa il lettore e appaiono ancora rivoluzionarie. Saggi in cui si analizza La critica letteraria di György Lukács, o il monumentale lavoro di Sartre su Genêt, il rapporto tra Nathalie Sarraute e il romanzo o tra il romanzo e William Burroughs.

Susan Sontag come studiosa non ha bisogno di presentazioni e ne conosciamo l’eclettismo che connota anche questi saggi, che spaziano dal teatro al cinema, dalla letteratura all’analisi sociale. Da Ionesco allo Stile spirituale nei film di Robert Bresson; dall’analisi di quel capolavoro che è Vivre sa vie di Godard a La psicanalisi e Life Against Death di Norman O. Brown.

Ma i testi per cui questo libro è così prezioso, oltre a quelli citati, sono sostanzialmente due: quello che dà il titolo alla raccolta, vera pietra miliare nella storia dell’ermeneutica che rimase per molti versi un grido inascoltato nella produzione saggistica successiva e Note su “Camp”, da non confondere col “kitsch”, parola che Susan Sontag trasse direttamente dal gergo della sottocultura omosessuale americana e tuttora indispensabile per capire certe derive, che non necessariamente partono solo dalla cultura gay, e che approdano all’odierna invasione incontrastata del “trash”.

Per capire il saggio Contro l’interpretazione bisogna principalmente partire dall’aforisma tratto da una lettera di Oscar Wilde, che Susan Sontag mette in esergo, e che contiene in nuce il nucleo concettuale della tesi esposta nel testo:

«Sono soltanto i superficiali che non giudicano dalle apparenze. Il mistero del mondo è il visibile, non l’invisibile»

In pratica l’interpretazione dei testi e dell’arte in generale non fa che coprire e oscurare l’opera invece di farla “comprendere” e “risplendere”, come uno strato sempre più spesso di guano che incrosti la bellezza di una statua, così per l’uomo moderno sarà impossibile ritrovare quella stagione d’innocenza che precedette tutte le teorie, quando l’arte non aveva bisogno di giustificarsi e non ci si approcciava all’opera con gli occhi oscurati dai preconcetti.

«La nostra è una delle epoche in cui l’idea dell’interpretazione è generalmente reazionaria e soffocante. Come le esalazioni dell’automobile e dell’industria pesante inquinano l’atmosfera, così le emanazioni delle interpretazioni artistiche avvelenano oggi le nostre sensibilità. In una cultura dove il problema ormai endemico è l’ipertrofia dell’intelletto a scapito dell’energia e della capacità sessuale, l’interpretazione è la vendetta dell’intelletto sull’arte.
È anche qualcosa di più. È la vendetta dell’intelletto sul mondo. Interpretare è impoverire, svuotare il mondo, per instaurare un mondo spettrale di “significati”. È trasformare il mondo in “questo” mondo. (“Questo mondo”. Come se ce ne fossero altri).
Questo mondo, il nostro mondo, è già fin troppo svuotato e impoverito. Basta con tutti i duplicati, fin quando non torneremo a fare un’esperienza più immediata di ciò che abbiamo»

Ma veniamo alla parola che prima del testo di Susan Sontag non era mai stata descritta: Camp. Cos’è il Camp? L’autrice stessa è in imbarazzo nel definirlo e si affida a quella forma aforismatica di cui accennava nell’introduzione. Si avvicina alla definizione della parola per approsimazione e infine si affida a una lista di oggetti e di opere che necessariamente rientrano nel canone del Camp.

Camp è una sensibilità. È una forma particolare di estetismo che non si misura sulla bellezza, ma sul grado d’artificio e di stilizzazione. Il Camp mette in rilievo lo stile e trascura il contenuto. Tutti gli oggetti e le persone Camp hanno in sé un elemento importante di artificio e non c’è nulla in natura che possa essere campy. “Camp vede ogni cosa tra virgolette”. Il puro Camp è sempre ingenuo e poggia sull’innocenza. Il suo carattere distintivo è lo spirito della stravaganza.

Il gusto Camp rifiuta la distinzione tra bello e brutto tipica del normale giudizio estetico e offre all’arte (e alla vita) un insieme di criteri di giudizio diversi e complementari. È Camp l’arte che si presenta seriamente, ma non può essere presa del tutto sul serio perché è “troppo”. Un’opera può avvicinarsi a essere Camp, ma non diventarlo perché è riuscita. L’essenza di Camp è di detronizzare la serietà. Camp è scherzoso, antiserio.

Tuttavia, anche se gli omosessuali sono stati la sua avanguardia, il gusto Camp è molto più del gusto omosessuale. Camp vive nella metafora della vita come teatro. Il gusto Camp è soprattutto un modo di godere, non di giudicare. L’estrema dichiarazione Camp: è bello perché è orribile.

L’inizio del catalogo è questo…

«Zuleika Dobson di Max Beerbohm. Lampade Tiffany. Film Scopitone. Il ristorante Brown Derby in Sunset Boulevard a Los Angeles. The Enquirer, titoli e articoli. Disegni di Aubrey Beardsley. Il lago dei cigni. Le opere di Bellini. Le regie di Visconti per Salomè e Peccato che sia una sgualdrina. Certe cartoline fine-secolo. King Kong di Schoedsack e Cooper. La canzonettista cubana La Lupe. God’s Man, il romanzo in xilografie di Lynn Ward. I vecchi fumetti di Gordon. Gli abiti femminili degli anni venti (boa di struzzo, vestiti di frange e perline, ecc.). I romanzi di Ronald Firbank e Ivy Compton-Burnet. I film nudisti visti senza libidine»

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Brown Derby Restaurant, Los Angeles

 

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Contro l’interpretazione
Against Interpretation
Traduzione di Ettore Capriolo
Mondadori, 1967