Dato che questa rubrica di libri dispersi ha ospitato l’illustre Codex Seraphinianus di Luigi Serafini, non potevamo, per coerenza filologica e consecutio logica, non parlare del celeberrimo manoscritto Voynich che si configura quale nobile antecedente del libro del Serafini, anche in coincidenza del fatto che la Bompiani ha mandato in stampa sul finire dell’anno passato una riproduzione anastatica del codice.

Si tratta di un’edizione di gran pregio e di gran formato, contenente le foto di ogni pagina del codice MS 408, risalente ai primi del ‘400, che nell’originale è della grandezza di un moderno tascabile, attualmente conservato nella Biblioteca dell’Università di Yale. Il coordinamento editoriale è a cura di Marco Piani. La prefazione è di Stephen Skinner, che ha curato anche l’edizione inglese.

Il volume è impreziosito da un saggio finale di Rafal T Prinke e René Zandbergen, in cui si descrive minuziosamente L’enigma irrisolto del manoscritto Voynich. Lo stesso Zandbergen è il curatore del più importante sito interamente dedicato al manoscritto: www.voynich.nu.

Ma nei secoli sono stati scritti innumerevoli libri riguardanti il mistero di questo codice antico, uno su tutti quello di Claudio Foti, edito da Eremon Edizioni, che abbiamo personalmente consultato: Il codice Voynich, il manoscritto che da secoli sfida l’umanità, che purtroppo verso la fine si lascia andare accogliendo teorie complottistiche che sfociano nel parascientifico e nell’assurdo.

Il libro è diviso in quattro sezioni e alterna strane figure e disegni a un’enigmatica scrittura, fatta di glifi e grafemi. C’è una sezione di botanica o erboristeria, con disegni di fiori e piante; una di astrologia con 25 diagrammi raffiguranti temi astrali, misteriose costellazioni e segni zodiacali riconoscibili. Una sezione farmacologica, così chiamata per la presenza di numerosi vasi, ampolle e recipienti tipici delle antiche farmacie per la conservazione dei farmaci.

Ma la sezione più strana è quella di “biologia”. Vi sono dipinte delle figure femminili nude, probabilmente incinte, che effettuano abluzioni in strane vasche comunicanti, in cui qualcuno ha voluto vedervi un mikveh, ovvero uno di quei bagni di purificazione che sono stati utilizzati dagli ebrei ortodossi negli ultimi duemila anni e a cui venivano sottoposte anche le donne dopo le mestruazioni e il parto, come spiega Stephen Skinner nell’introduzione.

Ma qual è la caratteristica saliente che ha reso così famoso questo codice quattrocentesco, al punto che leggenda narra che Umberto Eco, recatosi a Yale, e in particolare alla Biblioteca Beinecke che conserva il manoscritto, abbia richiesto di visionare solo questo esemplare, il Voynich, tra le migliaia di codici e manoscritti antichi conservati in quel luogo sacro?

Semplice: il codice è scritto interamente in una lingua sconosciuta.

Nei secoli nessuno è riuscito a decifrare gli strani caratteri in cui è scritto questo misterioso codice. Solo nell’ultimo secolo sono più di 1600 gli studiosi che hanno provato a decifrarlo, anche esperti della NASA e perfino una squadra di crittografi della Marina militare americana, senza riuscire a venirne a capo.

Esperti di fama internazionale, come Herbert Yardley (colui che decriptò il cifrario tedesco durante la Grande Guerra) o John Manly (a lui si deve la decriptazione del codice Wabersky), nonché i più sofisticati e moderni calcolatori elettronici non hanno avuto successo.

Nel 1945 il crittologo William Friedman costituisce a Washington il First Voynich Manuscript Study Group, con lo scopo di fare luce su questo indecifrabile mistero. La ricerca si arenò senza soluzione di continuità dopo svariati tentativi di decifrazione. Friedman ipotizzò pertanto che il manoscritto potesse essere stato scritto in una lingua filosofica o figurativa…

Si tratta di una lingua scomparsa, usata da qualche misterioso popolo che si è estinto portando con sé il segreto della propria scrittura? Di un codice criptato, utilizzato da un medico, erborista e astrologo per celare i propri appunti dallo sguardo dei profani? O è semplicemente una lingua di pura invenzione, come l’enochiano (la lingua angelica tramandata dagli eruditi elisabettiani John Dee ed Edward Kelley), composta per architettare una truffa malandrina o un ingegnoso scherzo?

Del resto documenti falsi e fantasiose burle erano all’ordine del giorno nel Medioevo. Si pensi al caso clamoroso della cosiddetta Donazione di Costantino: il documento su cui per secoli la Chiesa di Roma aveva fondato la legittimazione del proprio potere temporale in Occidente, la cui autenticità fu confutata da Lorenzo Valla, nel famoso discorso del 1517.

Altro esempio è La lettera del Prete Gianni, giunta in Occidente nel 1165 e indirizzata a l’Imperatore bizantino Manuele I Comneno, da lui girata c.c. al papa Alessandro III e a Federico Barbarossa, in cui il mittente della missiva descriveva il suo fantomatico regno strabordante di straordinarie ricchezze e popolato da folletti, nani, giganti, ciclopi, centauri, minotauri, cinocefali, blemmi ed esseri con un unico gigantesco piede, che si muovevano strisciando sulla schiena e facendosi ombra con il loro stesso piedone (abitudine, quest’ultima, da cui deriva il nome di sciapodi), e così via…

Ma veniamo alla storia del manoscritto Voynich.

Nel 1912 il collezionista e libraio polacco Wilfrid Voynich lo acquistò a Frascati nel collegio gesuita di Villa Mondragone. Era in mezzo ad altri 30 volumi messi in vendita dai religiosi nella speranza di ristrutturare la villa. Con sorpresa il polacco ritrovò all’interno dell’indecifrabile libro una lettera del medico reale di Rodolfo II di Boemia che inviava il testo a Roma, dall’amico poligrafo Athanasius Kircher, nella speranza che lo decifrasse per l’Imperatore.

Nella lettera ritrovata si attribuisce il codice al Dottor Mirabilis, al secolo Roger Bacon, nato attorno al 1214 e deceduto a Oxford nel 1294. Ma l’analisi del carbonio-14 attesta tra il 1404 e il 1438 la datazione del Codice. Questo escluderebbe anche la composizione presso la corte di Rodolfo II, coacervo di alchimisti e negromanti, come racconta, tra gli altri, Ripellino in Praga magica.

Le ipotesi sul suo autore sono molteplici e alcune molto stravaganti.

Dato che il manoscritto si attesta alla corte di Rodolfo II, che lo pagò una cifra spropositata al tempo, è stato inizialmente attribuito ai personaggi che gravitavano nell’orbita della sua corte: Jacobus Horcicki, George Baresch e a Johannes Marcus Marci, tutti e tre si susseguirono quali reggenti della Biblioteca Imperiale di Praga e proprio quest’ultimo mandò il manoscritto a Kiercher, per la decriptazione.

I maggiori sospettati quali autori del Codice sono i già citati John Dee ed Edward Kelley, il primo matematico e alchimista alla corte della regina Elisabetta I e in seguito presso Rodolfo II, l’altro diceva di poter parlare con gli angeli e insieme forse scrissero il Voynich, per gabbare l’Imperatore ed estorcergli denaro.

Le attribuzioni più fantasiose lo vogliono opera di Leonardo da Vinci, però quando aveva otto anni, sarebbe stato nient’altro che un esercizio infantile e il prototipo della sua scrittura allo specchio, così dice la studiosa Edith Sherwood. Mentre c’è chi lo attribuisce niente di meno che a Nostradamus, famoso per le Centurie e per i pronostoci astrologici, che casualmente passò per Praga poco prima che Rodolfo divenisse Imperatore.

Alcuni, non meno fantasiosi di altri, tra i quali l’archeologo dell’impossibile Roberto Volterri, vedono nel Voynich la materializzazione del Necronomicon, il libro che rappresenterebbe le leggi dei morti, citato per la prima volta da H.P. Lovercraft (1890-1937) e inserito nelle sue opere quale “libro degli incantesimi e del dominio sui demoni”, che gli sarebbe stato suggerito dalla moglie Sonia Green, che fu discepola dell’occultista Aleister Crowley.

Recentemente una ricerca del National Geographic, basata su The Curse of Voynich di Nick Pelling, ha ipotizzato che il manoscritto sia opera di tale Antonio Arvelino, detto il Filarete, a scopo di spionaggio industriale ai danni della Serenessima e a favore dell’Impero Ottomano. Il Filarete avrebbe portato il codice con sé per esportare la sua conoscenza, durante il suo tentativo di raggiungere Istanbul verso il 1465.

Insomma un manoscritto affascinante che con la sua ambiguità, i suoi dettagliati disegni e incomprensibile lingua, continua ad essere preda delle ipotesi più inverosimili; non ci resta che sfogliarlo in questa nuova e ricca edizione, in attesa che qualcuno, prima o poi, riesca infine a decifrarlo e a riportarci una certezza circa la sua misconosciuta paternità.

 

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Il manoscritto Voynich
A cura di Marco Piani
Introduzione di Stephen Skinner
Postfazione di Rafal T Prinke e René Zandbergen
Bompiani, 2018