Secondo il racconto di Svetonio, l’imperatore Tiberio, appassionato di mitologia, era solito mettere alla prova i suoi amici grammatici domandando loro cosa cantassero le Sirene.

La domanda è ingannevole. Quello delle sirene è indubbiamente un canto seducente: la loro voce ammaliava i marinai, che nel tentativo di afferrarla la seguivano a nuoto e perivano per annegamento.

Per sfuggire alla loro voce seducente, nel racconto omerico Odisseo tura le orecchie dei compagni con della cera e si fa poi legare all’albero maestro per poter ascoltare il loro canto, senza però restare imbrogliato nelle loro trame insidiose. Non ci sono barriere al desiderio di conoscenza di Odisseo, non c’è paura e non c’è un orizzonte. La nave giunge all’isola delle sirene: il vento cessa e le onde sono addormentate da un dio.

Qui, presto, vieni, o glorioso Odisseo, grande vanto degli Achei,
ferma la nave, la nostra voce a sentire.
Nessuno mai si allontana di qui con la sua nave nera,
se prima non sente, suono di miele, dal labbro nostro la voce;
poi pieno di gioia riparte, e conoscendo più cose.
Noi tutti sappiamo, quanto nell’ampia terra di Troia
Argivi e Teucri patirono per volere dei numi;
tutto sappiamo quello che avviene sulla terra nutrice.

Queste le parole delle sirene. Odisseo ordina ai compagni di liberarlo dalle corde, ma invano. Le Sirene lo chiamano e gli rievocano le gloriose gesta compiute a Troia. Odisseo desidera sentire la loro bellissima voce, il loro canto. Un canto che però resta ignoto, un enigma che giunge intatto fino a noi. Non sappiamo che cosa cantassero le Sirene, Omero non lo dice e la domanda non ha smesso di esercitare il suo fascino, diventando il vero potere di seduzione di queste mostruose fanciulle suadenti.

Nessuno conosce la risposta. Sicuramente Odisseo, avendo sentito solo gli inviti delle Sirene ad ascoltare il loro canto, non ha una soluzione. Non ce l’ha neanche Orfeo, il musicista divino che vinse il canto delle Sirene con la musica della sua lira. E così neanche Enea, che navigando sulla scia del viaggio di Odisseo sentì solo il rumore delle onde infrangersi sulle rocce. Dopo il passaggio di Odisseo, infatti, le Sirene, umiliate e indispettite, si gettarono in mare e furono trasformate in scogli.

Canto delle SireneSecondo Cicerone, il canto delle Sirene nell’epopea omerica è una promessa di conoscenza: Odisseo non fu attratto dalla soavità del loro suono, ma dal desiderio insaziabile di apprendere (De finibus bonorum et malorum V, 18).

Sembra che le Sirene non fossero solite richiamare coloro che passavano di lì grazie alla soavità delle voci o ad una certa novità e varietà del canto, ma poiché dichiaravano di sapere molte cose, cosicché gli uomini si incagliavano ai loro scogli per bramosia d’imparare. Così infatti invitano Ulisse.

Il canto delle Sirene è un sottile e persuasivo strumento di seduzione, in un legame inscindibile tra amore e morte. Nel suo viaggio ultraterreno Dante rivela in chiave cristiana l’incanto che le Sirene suscitano e la morte che esse nascondono: il poeta cede al dolce suono della voce di una sirena, la stessa che aveva incontrato Odisseo nel suo viaggio, diventata ora simbolo del peccato fascinoso e dilettevole dei beni terreni.

Poi ch’ella avea ‘l parlar così disciolto,
cominciava a cantar sì, che con pena
da lei avrei mio intento rivolto.
«Io son, cantava, io son dolce serena,
che’ marinai in mezzo mar dismago;
tanto son di piacere a sentir piena!
Io volsi Ulisse del suo cammin vago
Al canto mio; e qual meco s’ausa,
rado sen parte; sì tutto l’appago!»

In Il silenzio delle Sirene Franz Kafka rivolge l’enigma del canto alla modernità. In questo caso, a Odisseo manca il coraggio dell’eroe omerico e si tura le orecchie come i compagni. Nella reinterpretazione del mito le Sirene hanno una nuova arma: il silenzio, una finzione di morte e di debolezza. Mancanza di eroismo, devozione verso il divino o totale ignoranza? Kafka non dà una risposta precisa, e resta il dubbio se il silenzio delle Sirene sia un preludio al nulla della vita umana o se sia Odisseo a non volerle più ascoltare, rivelando la distanza dell’uomo nei confronti del divino.

Bertolt Brecht in La menzogna di Ulisse continua la decostruzione del mito iniziata da Kafka e afferma che le Sirene negarono il loro canto a Odisseo, rifiutandosi di sprecare la loro arte per un uomo meschino che non poteva cedere al loro canto e che, in realtà, finse di sentire la loro voce di miele. È il disprezzo che fa decidere loro di non offrire la propria arte a chi pretende di saggiarla senza esserne sedotto. Paragonando la poesia al canto delle Sirene, Brecht si domanda come sia ancora possibile l’arte se il pubblico non vuole essere coinvolto. L’arte non ha più una dimensione partecipativa e coesiva e l’uditorio, al pari di Odisseo, non è in grado di lasciarsi trasportare da un godimento passeggero. La poesia si trasforma quindi, come il canto delle Sirene, in un insulto rabbioso contro gli indifferenti.

Una promessa di conoscenza, un suono inarticolato, pura voce senza contenuto, un canto difettoso, che è solo un invito a perdersi nell’abisso di ogni parola, un continuo inizio… le interpretazioni sono molteplici. Secondo Italo Calvino le Sirene cantano «ancora l’Odissea, forse uguale a quella che stiamo leggendo, forse diversissima». Il canto delle sirene continua a suscitare mille domande e, forse, è proprio questo il suo segreto e la sua forza.