Nelle Fabulae, manuale mitografico scritto nel I secolo a. C., lo scrittore romano Igino racconta la storia di Danae. Figlia di Acrisio re di Argo, fu rinchiusa dal padre in una prigione sotterranea in una delle torri della città. Un oracolo aveva infatti rivelato al padre che Danae gli avrebbe dato un nipote maschio, che in futuro sarebbe stato la causa della sua morte. Zeus tuttavia fece sì che l’oracolo diventasse realtà: trasformatosi in pioggia d’oro, il dio passò attraverso il soffitto della torre e si unì alla fanciulla. Poco dopo nacque Perseo. Alla fine la profezia dell’oracolo si avverò, e Perseo uccise accidentalmente Acrisio. Il destino sovrasta infatti l’uomo, e ogni tentativo di cambiarlo diventa destino esso stesso.

Il personaggio mitologico di Danae è conosciuto soprattutto per la Danae di Klimt, che affrontò il mito classico sciogliendo ogni velo di pudore. Stipata e dolcemente ingombrante, Danae diviene una giovane viennese raffinata che si dà piacere e che basta a se stessa, senza dover dipendere da un uomo. Una donna con una sua autonomia e indipendenza.

Le riletture del mito sono tuttavia molteplici, specialmente in pittura, e oscillano tra una interpretazione più maliziosa, se non lasciva, della fanciulla e una interpretatio christiana.

Ne De Civitate Dei XVIII, 13 di Agostino Danae è descritta come esempio negativo di pudore femminile e di corruzione pagana all’oro. In seguito, la rilettura agostiniana del mito viene capovolta: Danae viene eletta a imago Pudicitiae ead  allegoria di Castitas, fino a diventare precedente mitico del miracoloso ingravidamento della vergine Maria.

La Danae (1527) del pittore fiammingo Mabuse rappresenta la fanciulla come prefigurazione mariana in attesa dell’annunciazione, e la torre diviene il tempio di Salomone.

Mabuse

 

A tale tradizione moraleggiante e cristiana è ascrivibile anche la raffigurazione di Elisabetta Gonzaga come Danae nella medaglia di Adriano Fiorentino (1495). La duchessa di Urbino scelse di autorappresentarsi come incarnazione di castità e pudicizia, diventando simbolo dell’onestà femminile. Si pensa tuttavia che il parallelo mitologico sia da ricondurre anche alla condizione e alla speranza della duchessa: quando la medaglia fu eseguita, il caso dell’impotenza di Guidobaldo non era ancora conclamato, ed Elisabetta poteva ancora coltivare la speranza di una improbabile maternità.

Successivamente, nel repertorio di Correggio (1531), di Tiziano (1545/1553) e degli artisti del Rinascimento maturo, Danae divine immagine lussuriosa e lasciva del trionfo della e della potenza erotica che supera qualsiasi barriera. Il riferimento mitologico e la citazione colta giustificavano il soggetto ardito e il nudo integrale.

La rappresentazione lasciva e l’interpretazione puramente sessuale di Danae sono visibili anche in Mille Lange come Danae (1799) di Girodet.  Il pittore francese realizza un ritratto di Mademoiselle Lange, attrice francese famosa per la sua bellezza e per i suoi molti amanti, paragonandola alla fanciulla mitica.

 

Il riferimento mitologico, normalmente impiegato per esaltare le virtù positive della persona ritratta, è qui rovesciato: Danae è rappresentata come una prostituta, e il pittore si vendica così dell’attrice. Inizialmente, Girodet aveva infatti realizzato un altro ritratto per l’attrice, che fu però brutalmente da lei rifiutato. La donna è nuda e, diversamente dalla Danea mitica, raccoglie le monete d’oro che cadono dall’alto. Accanto a lei un pavone porta un anello al dito e simboleggia il marito Simons, sposato solo per l’ingente patrimonio. Lo specchio in cui l’attrice guarda la propria immagine riflessa denuncia l’incapacità della donna di vedersi come il pittore la rappresenta: una donna vanitosa, adultera e venale.

Una delle ultime reinterpretazioni del mito di Danae è da individuare nell’installazione dell’artista concettuale moscovita Vadim Zakharov esposta nel padiglione Russo della Biennale di Venezia 2013. L’artista denuncia l’avidità, il cinismo e gli sprechi del mondo moderno, descrivendo anche il potere corruttivo del denaro.

L’installazione si articolava su tre piani. Al piano superiore una pioggia di 200.000 monete d’oro venivano lanciate dal soffitto e si raccoglievano poi sul pavimento del piano inferiore, il cui accesso era riservato al solo pubblico femminile. Al piano intermedio era presente un inginocchiatoio, che affacciava direttamente sul piano inferiore, da cui i maschi contemplano impotenti il denaro, confessando la loro avidità.

 

Sulle monete erano incise le parole FIDUCIA, UNITÀ, LIBERTÀ, AMORE, valori positivi propri del mondo femminile. Le donne potevano decidere se alimentare o meno il meccanismo descritto, raccogliendo le monete e deponendole in un secchio apposito che veniva issato fino al soffitto. Solo loro possono decidere se concedere o meno espiazione agli uomini.

Danae ha attraversato i secoli e la sua storia ha assunto ogni volta significati diversi: riflessione sull’ ineluttabilità del destino e poi simbolo di peccato pagano, prefigurazione mariana e poi donna lasciva, prostituta e poi unico strumento di redenzione per il genere umano corrotto.

Come sempre il mito ci parla, si offre ad ogni età ed attende che qualcuno lo animi. Danae: un mito, una promessa o una risposta, una maschera od ognuno di noi. Una persona e mille altre.