Adone è un’antica figura mitologica di origine siriaca che inizialmente incarnava il ciclo stagionale della natura. Nella formulazione più nota del suo mito, intessuta di motivi letterari di età alessandrina, Adone nacque dall’amore incestuoso di Mirra con suo padre Cinira, re di Cipro. Innamoratasi del padre, la fanciulla si finse una delle mogli mediante un sotterfugio. Quando Cinira venne a conoscenza dell’atto incestuoso, Mirra fu costretta a fuggire e gli dei, per salvarla, la tramutarono in una pianta resinosa dall’amaro profumo, dalla cui corteccia nacque Adone.

Nel X libro delle Metamorfosi il poeta latino Ovidio (23 a. C.-17 d. C.) narra il mito di Adone e Venere, dea dell’Amore, e scrive (vv. 503-513):

La creatura concepita nel peccato era cresciuta sotto il legno e cercava una strada per districarsi e lasciare la madre. Il feto formava un rigonfiamento a metà dell’albero e opprimeva le viscere materne senza che il dolore potesse esprimersi con parole […] L’albero si curvò, assumendo l’aspetto di chi fa uno sforzo, ed emise dei gemiti, stillando abbondanti lacrime […] La corteccia si spaccò e attraverso la fenditura fu emesso il bambino: era vivo e cominciò a vagire.

Secondo alcune fonti il neonato fu raccolto da Venere, che lo affidò a sua volta a Proserpina perché lo allevasse. Una volta divenuto adulto, Venere si recò negli Inferi per riprenderselo, ma incontrò l’opposizione di Proserpina. Per risolvere la rivalità fra le due dee, Giove stabilì che Adone avrebbe passato metà dell’anno negli Inferi con Proserpina, l’altra metà sulla terra con Venere.

Ovidio non racconta niente di tutto ciò. Secondo la versione ovidiana, dopo la nascita Adone fu raccolto dalle Naiadi e con gli anni si distinse per la sua bellezza, tanto che Venere, colpita da una freccia di Cupido, se ne innamorò (vv. 532-535).

Non la si vedeva più nemmeno in cielo. Al cielo preferiva Adone. Era diventata la sua compagna inseparabile: lei era abituata a starsene al riparo e a occuparsi solo di se stessa, curando la propria bellezza per renderla ancora più splendente, ora andava in giro per balze e selve, su terreni irti di rocce e di spini…

Adone era un abile cacciatore, e Venere lo accompagnava nelle battute di caccia. La dea tuttavia esortava più volte Adone a essere prudente (vv. 544-549):

Dimostrati forte contro quegli animali che si danno facilmente alla fuga, ma con quelli aggressivi il coraggio è pericoloso! Evita di essere temerario […] e non stuzzicare le belve che la natura ha fornito di armi […] la tua bellezza e tutte le altre tue doti che ammaliano Venere in persona non toccano i leoni e gli irsuti cinghiali, non catturano il loro sguardo e non scalfiscono il loro cuore!

Adone non diede però ascolto agli ammonimenti dell’amata. I suoi cani seguirono le impronte di un cinghiale che, una volta colpito da un giavellotto scagliato da Adone, riuscì a liberarsi della lancia e a inseguire il cacciatore. Raggiuntolo, gli conficcò i denti nell’inguine.

Venere sentì le urla di dolore dell’amante ormai morente e accorse al luogo fatidico. Lo vide esanime contorcersi nel suo sangue e formulò allora una promessa: il ricordo del lutto sarebbe durato in eterno, e il sangue diventato un fiore (vv. 731-739).

Dopo aver detto questo, Venere versò nettare profumato sul sangue […] Non passò più di un’ora che spuntò un fiore del colore del sangue, come quello della melagrana che cela i suoi granelli sotto la flessibile scorza. Non lo si può però godere a lungo. Non è bene attaccato al suo stelo ed è talmente leggero che tende a cadere e facilmente lo strappano i venti da cui deriva il nome.

Adone fu quindi trasformato in un anemone, e dalle lacrime di Venere sbocciarono delle rose.

 

La traduzione italiana dei passi riportati è di G. Faranda Villa, tratta da Ovidio. Le MetamorfosiVolume secondo (libri IX-XV), con trad. di G. Faranda Villa e note di R. Corti, Milano: Bur 2010.

In copertina: Venere e Adone di Tiziano (particolare). 1553 ca. Museo del Prado, Madrid.