Nel primo capitolo del saggio La cultura greca e le origini del pensiero europeo Bruno Snell, grecista e filologo classico tedesco (1896-1986), descrive le caratteristiche dell’uomo nella concezione di Omero, indagandone le diversità rispetto all’uomo moderno.

In relazione al concetto di corpo, per esempio, Snell nota come in Omero non esiste una parola che esprime il significato di corpo come tale. Esso era concepito, sia nella letteratura che nell’arte plastica, non come unità ma come pluralità, come un insieme di membra fra loro distinte. Omero parla spesso di agili gambe, di forti braccia… trattando le singole parti del corpo come una cosa viva in sé e per sé.

Nei poemi omerici, continua Snell, manca anche la parola corrispondente per «anima» e per «spirito». Psyche è lo spirito vitale, ciò che anima l’uomo e che lo abbandona nel momento della morte. La parola deriva dal verbo psychein («spirare») e quindi la psyche esce dalla bocca. Non sappiamo dove abbia sede la psyche e come funzioni. Essa è però intesa come un organo dell’anima, distinto dagli altri organi del corpo.

Snell riflette anche sull’estraneità in Omero del concetto di profondità dell’anima. Al posto del termine «profondo» nei poeti omerici compaiono aggettivi composti con polu-, che indicano una molteplicità. Al concetto moderno di intensità primeggiava nel mondo omerico quello di quantità. All’inizio dell’Odissea l’eroe omerico è definito polutropon, ovvero colui che ha molto viaggiato, la cui indole è ricca di molteplici sfaccettature e che è in grado di adattarsi a situazioni diverse.

Manca nell’uomo omerico anche il concetto di tensione, inteso come dissidio dell’anima, come un contrasto di sentimenti opposti che convivono nella stessa persona. Il «dolce-amaro» Eros di cui parla Saffo non si trova in Omero, in cui è piuttosto presente un contrasto tra l’uomo e i sui organi. Secondo Snell manca quindi, nell’uomo omerico, l’atto riflessivo e ogni possibilità di sviluppo dello spirito. Ogni accrescimento delle forze fisiche e spirituali deve essere ricondotto a un intervento divino, che non ha nulla di soprannaturale o di antinaturale. La scelta umana e l’atto della decisione sono estranei all’uomo omerico, soggetto a forze diverse ed esterne. Quando nel X libro dell’Iliade Sarpedonte, morente, chiama in aiuto l’amico Glauco, ferito e incapace di muoversi, quest’ultimo prega Apollo di vanificare il dolore della ferita e di ridare forza al suo braccio.

Snell descrive anche come l’uomo omerico percepisse l’atto del vedere: la vera funzione dell’atto visivo non era importante per Omero quanto invece il modo in cui si compiva l’azione e su quali oggetti essa ricadeva. Molti verbi del vedere presenti in Omero sono caduti in disuso nel greco successivo, sostituiti da verbi più semplici.

Derkesthai significa avere un determinato sguardo – scrive Snell – e drakon, il serpente il cui nome è tratto da derkesthai, viene chiamato così perché ha uno sguardo particolare, sinistroderkesthai indica quindi in Omero non tanto la funzione dell’occhio, quanto il lampeggiare dello sguardo, percepito da un’altra persona.

Lo stesso verbo è riferito allo sguardo nostalgico che Ulisse rivolge al di là dal mare, veicolando quindi non tanto la funzione del vedere quanto piuttosto la capacità dell’occhio di trasmettere certe impressioni.

Si potrebbero elencare molti altri verbi che descrivono l’atto del vedere, poi caduti in disuso nel greco successivo, e si potrebbero descrivere molti altri elementi divergenti tra l’uomo omerico e l’uomo moderno. Tuttavia, come scrive Snell alla fine del primo capitolo:

la concezione che l’uomo ha di sé al tempo di Omero e che noi possiamo ricostruire attraverso la lingua omerica, non è puramente primitiva, ma guarda al futuro, e costituisce la prima tappa del pensiero europeo.

 

Immagine di copertina: Morte di Sarpedonte mentre Hermes osserva
Cratere a figure rosse con iscrizione (515 a.C.), Attica.