La prima luce del nuovo giorno oltrepassò la fitta rete, le sbarre grigie e il vetro opaco.

Il suono metallico di un campanello raggiunse Samuel che tirò la coperta sopra la testa e richiuse gli occhi.

“Alzati, muso nero.”, disse il compagno di cella. “Se non vieni fuori da lì s’incazzano.”

Il ragazzo grugnì qualcosa in una lingua straniera, scostò il tessuto di cotone macchiato e si sedette sulla branda stringendo la testa tra le mani.

Una chiave girò nella toppa della serratura e la porta si aprì. Un secondino entrò guardandosi in giro, sollevò le coperte con lo sfollagente e arricciò il naso gettando un’occhiata nella tazza del gabinetto. “È domenica”, ringhiò prima di uscire, “vedete di non darmi problemi.”

Lo sbattere sonoro della cancellata fece sobbalzare Samuel. “Ma cosa cercano?”

“Guardano se siamo vivi e se stiamo intrecciando qualche corda.”

Il ragazzo di colore saltò giù dal letto superiore della struttura a castello. “Non sono mai stato in carcere.”

“Siete tutti qui a romper le balle, sono quasi l’unico italiano in tutta la sezione.  Tu sei vatusso di dove?”

“Non sono vatusso”, replicò Samuel dall’alto del suo metro e novanta, “sono Namibiano.”

“Non so dove sia la Namibiania ma fa lo stesso, tanto non ci vado. Mettiamo le cose in chiaro però: te ne stai al tuo posto e non mi rompi li maroni.”

La testa riccioluta di Samuel annuì. “Che ore sono?”, chiese guardandosi attorno.

“Cosa cazzo te ne frega. Qui non ci stanno orologi, il tempo non conta, peggio: non c’è. Tu l’hai visto passare? No. E allora…”

“Devo uscire.” Samuel andò alla porta, strinse le mani attorno alle sbarre e provò a scuoterle.

“Ehi, calma negretto, quelli vengono e ti menano. Stai buono, vedrai che t’abitui.”

“Come può il vento star fermo e il sole non sorgere? Io sono come la gazzella che fugge e il leone che l’insegue.” Il nero appoggiò la fronte al ferro. “Sono innocente, non ho rubato i computer all’università, io…”

“Ti credo fratello, siamo tutti innocenti. Anch’io – Pippo il milanese – sono una vittima come te. E anche Ahmed, Ming, Chandra e come diavolo si chiamano, finanche quel cretino di senegalese della cella di fronte: siamo tutti martiri. Ti faccio un caffè.” L’uomo andò a prendere il necessario da un ripiano accanto alla tazza del gabinetto. Si fermò un secondo a sorridere al poster di una donna nuda poi riempì la caffettiera sull’unico tavolino disponibile. “Non è male, sono stato in tanti altri posti, ma qui almeno ci fanno tenere le cose per far da mangiare, qualche mensolina di cartone, i ganci di plastica per i vestiti… è un lusso.”

Con tre falcate il namibiano fu alla finestra e si aggrappò alle inferiate. “Meglio la morte.”

“Qui ci s’ingegna per arrivare a sera con dignità e forza d’animo, perché la notte è lunga.” Pippo accese il gas di un fornelletto da campeggio e mise su la moka. “Hai famiglia in Italia?”

Samuel scosse il capo. “Dovevo laurearmi e tornare in Namibia. Mancava poco…” Le dita lunghe del ragazzo afferrarono una scorza d’arancio candito che spiccava tra gli alimenti sul davanzale. Lo annusò a occhi chiusi. “Come si fa la corda?”

“Non facciamo scherzi, s’è appena impiccato un marocchino nella sezione sette. Beviti il caffè e facciamo una partita a carte.”

Il dito nero di Samuel seguì la curva delicata di un uovo prima di spostarsi sul pacchetto di farina. “Non gioco a carte, è tempo ucciso per un attimo di oblio.”

“È proprio quel che ci vuole qui dentro. Tu intanto togli le mani dalla mia roba.”

“È come a casa della bisnonna, la mia Nana. Tanti anni fa, anche lei senza frigo, senza forno…” Il labbro del namibiano ebbe un fremito. “Eppure riusciva sempre a farla.”

“Non hai idea di quel che si cucina nelle celle, io ho pure il forno.”, replicò Pippo indicando uno dei due mobiletti bassi.

“Ma non hai il resto: noci, prugne, castagne, fichi, le spezie e la cosa più importante: la vaniglia. Senza quella…”

“Oggi lo spesino non passa ma… vuoi vedere?” Pippo si avvicinò alla porta e gridò: “Ahooo! Aziz, tua moglie t’ha portato i datteri? Gennà, le prugne per cagare? Gandhi, cocco di mamma, ce l’hai le spagnolette?”

“Una manciata… anche fichi.”, gridò qualcuno dal fondo del corridoio.

“Quante ne voi?”, urlò qualcuno da una cella più vicina.

Una voce squillante giunse della cella di fronte: “Avere ancora tante, tu cosa dare?”

Pippo lanciò gli occhi al cielo. “Sei tanto carino, ma non il mio genere.”, gridò di rimando. “E la vaniglia, chi ce l’ha?”

Dal corridoio giunse una serie di sghignazzi.

Il milanese si girò verso Samuel. “Dovremo far senza, e ripagare tutti in natura.”

“Sam – diceva sempre la Nana – la vaniglia è il profumo dell’amore, è l’emozione divina dentro il guscio nero. Non so se il pan herero viene anche senza.”

“Non è mai stata in galera la tua bisnonna.”, rispose Pippo mentre apriva il mobiletto. “Guarda il mio gioiello: foderato con alluminio e sul fondo ci sono i fori per il gas. Accendo?”

Samuel sospirò. “Proviamo.”, disse, dopo di che la cella cadde nel silenzio. Si sentirono solo lo strusciare dei passi dell’uomo che consegnò la frutta secca e le spezie, poi lo sfregare del coltello di plastica che tagliava canditi, prugne e datteri, mentre il battere ritmato del manico della scopa segnava la frantumazione di arachidi e nocciole.

A mezzogiorno si aprirono le celle per l’ora di convivialità. Dieci detenuti si riunirono attorno al forno spento di Pippo sul quale era appoggiato un pane oblungo che emanava un delicato profumo di pasticceria. Gli uomini, costretti all’immobilismo nella minuscola cella, fissavano con espressione scettica il risultato di una mattinata di lavoro.

Pippo fece un cenno al compagno di cella inginocchiato a terra con il coltello di plastica tra le dita affusolate. Samuel tagliò dieci fette che, adagiandosi l’una sull’altra, rivelarono il loro contenuto vario e multicolore.

Le mani dei detenuti si allungarono sul dolce e nel silenzio che seguì, il namibiano raccontò: “Mia bisnonna era per metà tedesca, lo sono molti anziani dalle mie parti. Mi diceva che questo dolce rappresenta tante cose per il nostro popolo. Anzitutto le miniere, dentro le quali ci siamo sempre rifiutati di lavorare, poi l’incrocio con l’invasore germanico perché deriva da una ricetta sua. Ma soprattutto diceva che rappresenta l’unione degli herero, il frutto di tanti contributi diversi, della collaborazione e dei risultati ottenuti con gli apporti di tutti. Per questo l’aveva chiamato pan herero.”

I commensali masticarono e annuirono.

Samuel annusò la sua fetta di dolce. “E la vaniglia… Diceva che il suo profumo portava in cielo le nostre speranze, le preghiere di pace, libertà e giustizia. Ma non lo sento.”

“Non è un aroma che si sente molto in questo posto.”, commentò Gennaro.

“Io sentire… un poco.”, disse Gandhi annusandosi le dita. “Essere come incenso di mia casa.”

“Odore di djamilah, come fa mia moglie in Tunisia.”, commentò sottovoce Ahmed. “Profumo di lei.” L’uomo abbassò lo sguardo e lasciò cadere le spalle.

Il boliviano tirò su col naso. “Pan dulcelos niños…”

Gli uomini ammutolirono, uno dopo l’altro si alzarono e uscirono. La guardia accertò la presenza dei due detenuti, poi sbatté il cancello e diede un giro di chiave.

Il giovane herero rimase a terra a fissare la sua fetta. Due lacrime caddero e rapidamente si persero tra pezzetti di prugna, datteri, fichi, noci e altri frammenti colorati.

“Grazie Nana”, bisbigliò, “adesso lo sento.”

 

Copertina Impiattiamo la vitaIl racconto di Sibyl von der Schulenburg “La vaniglia di Sam” ha ricevuto la menzione speciale al Concorso Letterario Nazionale “Impiattiamo la vita. Emozioni, storie, sentimenti, avventure raccontati attraverso un piatto” organizzato dal Servizio Cittadinanza delle Donne e Culture delle differenze/Centro Donna, il Centro Culturale Candiani del Comune di Venezia e l’Associazione Culturale “Voci di carta”. I racconti vincitori e menzionati sono stati inoltre raccolti e pubblicati nell’omonimo volume “Impiattiamo la vita”:

Sibyl-occhiali-rSibyl von der Schulenburg è un’autrice italiana ormai conosciuta ai lettori che amano i romanzi con le trame dense. La sua scrittura è caratterizzata da fluidità, ritmo serrato, rinuncia a fronzoli linguistici e sapiente utilizzo del potere evocativo delle parole. Oltre a saggi e romanzi storici, ha scritto gli psico-romanzi “Ti guardo”, “I cavalli soffrono in silenzio” e “La porta dei morti”. Li puoi trovare sul sito della casa editrice Il Prato.