Parlare di questo libro di Giovanni Nucci è in realtà l’ennesimo pretesto, dopo aver recensito Un ossimoro in lambretta, ovvero un ritratto non convenzionale di Giorgio Manganelli e il Piccolo dizionario delle malattie letterarie di Marco Rossari, per ritornare ad analizzare la Piccola biblioteca di letteratura inutile dell’editore ItaloSvevo di Trieste, della galassia Gaffi Editore.

La collana si è infatti recentemente ampliata con la pubblicazione di nuovi volumi (sempre di piccolo formato, ma di grande sostanza), venendo ad assumere una fisionomia sempre meglio definita. Uscita repentinamente dall’adolescenza i tratti si sono fatti più marcati e ormai ha un volto ben riconoscibile, maturo e consapevole.

Contiene tra le sue fila, tra gli altri, la raccolta di saggi che Raffaele Manica ha dedicato a Mario Praz in cui si  ricostruisce il profilo critico di un conoscitore capace di variare dagli oggetti alla storia delle idee: un’indagine per carpire il personaggio Praz, che è riuscito come pochi altri a creare e ad incarnare uno stile; oppure Visto si stampi, nel quale Gabriele Sabatini ricostruisce la storia di nove vicende editoriali, in particolare dei libri di Malaparte, Flaiano, Chiara, Pratolini, Brancati, Berto, Rigoni Stern e Cassola e della nascita della Longanesi.

E ancora Cesare de Michelis, patron della Marsilio, recentemente scomparso, che in Editori vicini e lontani ci racconta le storie di altri editori, alla stregua di Roberto Calasso in L’impronta dell’editore; mentre Sulla poesia è la trascrizione di una conferenza in cui Giorgio Caproni svela un’inaspettata verve oratoria e ci permette di carpire integralmente l’essenza stessa della sua idea di letteratura e nella fattispecie di poesia.

Ma veniamo a questo libro di Giovanni Nucci in cui si analizza il Giulio Cesare di Shakespeare per comprendere come un dramma del ‘600 possa essere universale e parlare non solo dell’uomo in generale, ma dell’uomo e della situazione politica attuale. Dell’Italia di oggi, del popolo, del potere, della decadenza di Roma, della Raggi e della differenziazione dell’umido.

Nucci parte dalle parole di Cicerone per proporci un parodosso:

«Il mio disagio, adesso, è nel pensare che la letteratura in realtà non serva a niente, e che dia il meglio nella sua inutilità. E proprio per questo non dovrebbe avere niente a che fare con il potere»

Non a caso si parte dalla citazione di queste parole, che Shakespeare mette in bocca a Cicerone nel suo dramma storico. Perché da qui Giovanni Nucci ha preso non solo lo spunto di questo libro, ma di tutta la sua idea di letteratura e dell’intera collana: infatti non a caso è il fondatore e curatore di questa Piccola biblioteca di letteratura inutile.

Già Auden, in una serie di seminari tenuti a New York, parlò a lungo di quanto proprio il Giulio Cesare sia rilevante per la nostra epoca e lo diceva nel 1947, a corroborare la tesi di Jean-Loup Friôt convinto che solo i poeti abbiano una reale percezione dell’attuale, per cui Nucci ribadisce che, se non Auden (intento a cazzeggiare in quel di Ischia negli anni cinquanta), certo Shakespeare ha potuto immaginare cosa sarebbe stato attuale per noi, adesso.

Questo perché alla fine, pur veleggiando nell’universale, si ricade sempre nel particolare.

Per quella stessa teoria per la quale Kafka, per esempio, non è mai stato uno scrittore engagé. Al punto che nel suo diario il 21 agosto 1914 annotava: «La Germania ha dichiarato guerra alla Russia. Una nuotata nel pomeriggio». Eppure Il castello o Il processo calzano a pennello in situazioni che noi stessi esperiamo quotidianamente. A livello burocratico e politico. Senza bisogno di fare nomi e cognomi.

Così Giovanni Nucci, analizzando il Giulio Cesare, mette in luce la situazione politica attuale nella quale la democrazia flirta con la dittatura: «La democrazia, dall’alto della sua superbia, vuole assistere, contenere, quasi covare, a volte perfino sorreggere, ciò che finirà per distruggerla».

Lo stesso Daniel Hirsch, un drammaturgo inglese che ha lavorato a una specie di riadattamento del Giulio Cesare, aveva pensato a una scena in cui Bruto e Lucio, il suo schiavo, discutono degli italiani e del fascismo, il che, sottolinea Nuccio, è abbastanza significativo, in quanto gli inglesi prendono più seriamente il fascismo di quanto non facciamo noi italiani.

Questo perché noi, noi italiani, siamo troppo presi dalla contingenza, o forse siamo proprio sprofondati fino al collo nella… spazzatura, per accorgerci di quello che realmente ci circonda:

«La letteratura agisce per vie molto più sottili, e le risorse di Shakespeare sono pressoché infinite. Ieri, mentre sfogliavo il testo in inglese, sono incappato in un passaggio in cui sembra proprio che l’esecrabile Cassio veda la questione da un punto di vista molto simile al nostro: quello della poubelle intendo»

In un verso del dramma si legge infatti: «What trash is Rome». Qui pare che Shakespeare stia centrando il problema: il nostro problema. Quello che l’anglista Pietro Barrese, estremizzando, sintetizza nell’affermazione per la quale l’unica forma possibile di consapevolezza politica ormai rimasta sia la differenziazione dell’umido. Una visione un po’ pessimista, addirittura scarna, ma Giovanni Nucci, in questo testo, gli dà ragione.

«Nel nostro tentativo di comprensione del mondo, la realtà ha ormai schiacciato i termini di ogni possibile metafora, li ha annichiliti. E in una possibile narrazione, quella spazzatura di cui parla Cassio, e che rende Roma una città completamente corrotta, finirebbe per esplicitare, per esempio, come la malavita cerchi di infiltrarsi in ogni meandro dell’amministrazione, boicotti i tagliaerba, dia fuoco agli autobus e infili a forza i frigoriferi nei cassonetti. Anche perché, su di un piano drammaturgico, l’idea per cui i cassonetti non vengano svuotati e gli autobus prendano fuoco da sé è così assurda da non reggere a nessuna rappresentazione»

Torniamo allora al verosimile, al poetico universale, a Shakespeare, che tutto aveva predetto, nella sua forma letterariamente inutile. Poi possiamo passare all’inverosimile e immaginare un’improbabile trama drammaturgica in cui una sindaca approdi alla politica attraverso i gruppi di acquisto e che faccia pratica in un certo studio legale, ma senza avere la pretesa ovviamente di una plausibilità letteraria. Infine, se proprio vogliamo sprofondare nell’incredibile, tessendo una trama romanzesca goffa e inattendibile, degna del teatro dell’assurdo, non ci rimane che leggere i giornali…

P.S. Dalle note del curatore inserite nel volume veniamo a scoprire che in realtà quello che abbiamo recensito è Il discorso al senato ritrovato tra le carte di Goffredo Mainardi, preparato in vista della sua nomina a senatore a vita. Il Curatore, che è Giovanni Nucci, ci svela la genesi e alcuni retroscena di questo testo ritrovato. Insomma, da un certo punto in avanti inizia un altro libro, affatto diverso, che spulcia e chiosa il precedente, e forse un giorno recensiremo anch’esso…

 

Voluta_v1Acquista-Online_v1Giovanni Nucci
La differenziazione dell’umido
ItaloSvevo
2018