Io sto mentendo.

Questo è conosciuto come il “paradosso del mentitore”, attribuito al filosofo Eubulide di Mileto: una proposizione autonegante per cui è impossibile dimostrare se l’affermazione sia vera o falsa. E questo è anche l’ambito gnoseologico nel quale costantemente e quotidianamente si aggira l’essere umano.

Dall’alba dei tempi, o meglio dall’inizio dell’utilizzo del linguaggio, la razionalità umana è scaduta nella condotta illogica, nel fare il contrario di quello che si è dichiarato, nell’agire in contraddizione permanente. Lo vediamo in politica, nel sociale, ovunque e, a maggior ragione, nei rapporti personali e sentimentali, nei quali subentra anche il pathos.

Vladimir Nabokov, in Lezioni di Letteratura (recentemente ristampate da Adelphi, dopo l’edizione ormai introvabile negli Elefanti Garzanti) dichiara che:

«La letteratura non è nata il giorno in cui un ragazzo, gridando al lupo al lupo, uscì di corsa dalla valle di Neanderthal con un gran lupo grigio alle calcagna: è nata il giorno in cui un ragazzo arrivò gridando al lupo al lupo, e non c’erano lupi dietro di lui».

Ecco allora che Valerio Valentini, nel testo che dà il titolo a questa raccolta di racconti, mette in scena un litigio di coppia. Un interno cucina, banale ambito domestico, molto carveriano. Ecco che il privato si fa pubblico, il domestico assurge a dimensione universale, un banale colloquio tra amanti diviene emblematico grazie a quella semplice frase, che lei pronuncia:

«Parlare non è un rimedio. Non lo è mai».

Inutile scandagliare il rapporto, tentare di ricucire lo strappo. Inutile fingere ancora se il cuore è altrove. Lui la incalza: «Non ti muovi da qui se prima non parliamo». Ma è inutile. Una farfalla con le ali gialle entra nella stanza e svolazza in giro. Un simbolo nabokoviano? Sarebbe tirare troppo i lembi del tessuto narrativo stiracchiando l’interpretazione. Ecco invece l’indifferenza della natura (e la sua bellezza), che non mente, verso il dramma delle miserabili menzogne umane.

Negli altri racconti Valentini passa in rassegna tutto il repertorio delle emozioni umane. Lo fa partendo da una spiaggia assolata; dall’odore dei carciofi che resuscitano nel narratore il ricordo della nonna scomparsa; da una nevicata improvvisa che scompagina il consueto canovaccio della recita giornaliera.

Situazioni banali, tratteggiate con poche pennellate, che divengono in un istante emblematiche e si cristallizzano nell’arte del racconto, come in un quadro di Hopper, lì dove c’è tutto l’uomo, con la sua solitudine che è spesso solo attesa dell’altro e che a volte si dissolve con un sorriso.

Complimenti a Valerio Valentini, che si autodefinisce “uno dei più fedeli seguaci della laica religione del racconto” e che si dimostra in questo libro un vero maestro del racconto contemporaneo come pochi, ormai, in Italia, dove l’editoria punta invece tutte le sue fiches sul romanzo, considerando la forma breve un azzardo che non ripaga.

Mentre questi racconti ripagheranno ampiamente, e con gli interessi di un piacere crescente, chi avrà la fortuna di leggerli. Racconti che scandagliano con leggerezza il nucleo incandescente dei rapporti umani, rimanendo apparentemente in superficie, descrivendo inizialmente una situazione di calma fittizia, di stasi, quasi di noia.

Ma quella “noia” moraviana che è una molla, da cui scaturisce la storia e, se non il dramma, certamente il dilemma umano. Quello di essere un enigma, per sé e per gli altri. Mentre altre volte dalla noia ecco scaturire il guizzo, qualcuno direbbe l’epifania, il momento catartico o semplicemente, e più spesso, quell’attimo di gioia, che quando arriva se n’è già andato, ma che a volte dà la svolta a una giornata e il finale giusto per un racconto perfetto.

 

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Parlare non è un rimedio
D Editore
2018