All’inizio di questo filone narrativo ci stanno Il giovane Holden e Viaggio inaugurale. Quest’ultimo un bel libro dimenticato di Denton Welch. Alla memoria mettiamoci anche Gatto e topo di Günter Grass, recentemente scomparso. Più indietro non ha senso andare. (Bisognerebbe scomodare le confessioni di Sant’Agostino e quelle di Rousseau, il Viaggio intorno alla mia camera di Xavier de Maistre, ma non mi sembra il caso).

Poi sono arrivati Less than zero di Bret Easton Ellis e Lunedì blu di Arnon Grunberg. Senza dimenticare un mito degli anni ’80. Jim Carroll e il suo Jim entra nel campo di basket e poi Jim ha cambiato strada.

In Italia abbiamo avuto Brizzi con il grande successo di Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Ma anche Giuseppe Culicchia con Tutti giù per terra. O le narrazioni di vita metropolitana orchestrate dai Massimo Volume, diventate anche racconti del leader Emidio Clementi, in Gara di resistenza.

Rigorosamente in prima persona, questi narratori e i loro personaggi ci raccontano con fare scanzonato avvenimenti spesso secondari, se non inutili. Oggi si direbbe ombelicali. Cosa fa la differenza? Cosa rende queste narrazioni leggibili e interessanti?

Sono lo sguardo e la voce del narratore.

Perché alla fine le cose non sono interessanti per quello che sono. Ma per come le vediamo e le raccontiamo. Non ci sono avventure, né fatti salienti, ma la quotidianità tagliata da un certo angolo visuale, da un certo punto di vista. Punto.

Personaggi asociali, reietti, allontanati e messi all’angolo dalla società. Solo così. Da questo essere esclusi dal cosiddetto consorzio umano riescono a gettare uno sguardo inconsueto sulle persone. Appunto osservandole dal di fuori, dal loro angolo.

Ecco. Questo lungo preambolo solo per dire che Gianni Agostinelli ha quel particolare sguardo. Tipico di alcuni emiliani, dei narratori di pianura, dal precursore Tondelli a Celati e poi i vari Cavazzoni e Nori e compagnia bella. E una voce personale molto caratterizzata, interessante ed empatica.

Il suo è un incedere narrativo apparentemente spontaneo e semplice, mentre dietro c’è un grande lavoro sulla sintassi, per rendere al personaggio la propria particolare grana della voce, un tono inconfondibile.

«Io, secondo me la noia e la fica vanno di pari passo». Anacoluto a parte sembra citare la filosofia di vita di Moravia. Ma c’è molta più letteratura e filosofia di quanto non sembri, sotto l’apparente svaghezza (che vorrebbe essere una sintesi, o meglio una sincresi, per rendere la vaga atmosfera di svago che caratterizza il racconto di Agostinelli).

Frasi brevi. Spesso irrelate. Di chi salta di palo in frasca. Di chi rimugina tra sé e sé. Di chi cerca una qual forma di incerta verità, privo degli strumenti della logica, avvicinandovisi di soppiatto, per approssimazione.

Così Matteo Gemmi, il protagonista del romanzo, passa da un lavoro precario all’altro. Sempre respinto, sempre avulso. Sul lato sentimentale ha storie brevi, caratterizzate da lunghi silenzi e incomprensioni. Da amplessi frenetici, privi di sguardo, che terminano con calzini gettati in faccia. Una vita grigia, che descrive col suo sguardo obliquo, spesso non privo di involontario umorismo (ben voluto dall’autore).

A un certo punto, in questo grigiore, compare un uccello gigante. Un uccello morente. Discrimine dell’intero libro. Uccello che crea una scissione tra un prima e un dopo. Infatti, senza anticipare niente, si avvicina uno in scooter e quello che fa con l’uccello è davvero imprevedibile.

Da allora Matteo Gemmi, complice anche l’incontro col signor Alunni, si accorge della presenza degli altri e comincia a osservarli. Supera se vogliamo quel suo senso di nausea e di straniamento. Non è più straniero in mezzo alla gente. Decide che farà della sua nuova ossessione una professione. E inizia a seguire gli estranei che incontra e che stimolano la sua curiosità. Così. Per vedere come va a finire.

Alla fine, come sempre, non si giunge da nessuna parte. Come spesso nella vita. Dove c’è un enigma c’è la sua soluzione. Ma la vita è un arcano che non sappiamo risolvere. (come diceva quell’altro è «Una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e di furore, che non significa nulla»). Solo nei gialli si risolve qualcosa. Si conclude veramente la storia. In altri libri sembra che non sia accaduto niente.

Come quando incontri qualcuno su un treno. Che ti fa compagnia in quel lungo viaggio o breve tragitto. Uno che ti racconta la sua storia, che a breve scorderai. Ma ti rimarrà impresso un particolare, un aneddoto o due e quel personaggio che aggiungi alla galleria di quelli che hai incontrato nella tua vita… di viaggiatore e di lettore.

 

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Perché non sono un sasso
Del Vecchio Editore
2015