Finalmente anche in Italia stiamo dando a Roberto Arlt quello che è di Roberto Arlt.

Gli stiamo riconsegnando la sua statura letteraria. Copiose sono infatti le pubblicazioni da parte di numerosi editori che fanno a gara per ricollocare Arlt nel posto che merita nella storia della letteratura.

Tra questi c’è l’editore Arcoiris di Salerno, che pubblica Arlt nella collana Gli eccentrici (e mai nome fu così azzeccato). Tempo fa ha pubblicato Un viaggio terribile, un lungo racconto inedito in Italia.

Racconto che si apre con l’incipit: «Una volta un astrologo mi disse…» che non può non far venire in mente agli ammiratori di Arlt quell’indimenticabile personaggio dell’Astrologo che fa la parte del leone nei Sette pazzi.

Ora l’editore Arcoiris pubblica due pièce teatrali, sempre inedite, grazie alle quali scopriamo, oltre all’Arlt già noto, romanziere e giornalista, alcune delle sue opere teatrali che sono state fondamentali nella sua formazione e nell’orizzonte della sua variegata produzione artistica.

Del resto Arlt è stato emarginato per la sua vitalità e spontaneità. Per aver dato voce alla parte più debole della società, ai reietti delle periferie e ai sognatori velleitari, donando al tempo stesso alla sua opera una profondità che anticipa le tematiche dell’esistenzialismo.

È un autore che non si accontenta mai e che tende fin da subito e per sempre l’elastico della sua prosa magnetica, che sprofonda nell’analisi dell’animo umano lasciando senza fiato e dimostrando come il suo accantonamento sia in parte dovuto alla preferenza dello stile del suo antagonista, e sua nemesi.

Quel Borges perfetto e nitido e geometrico, che non ha scandagliato a fondo l’animo umano come Arlt, ma che si è accontentato delle apparenze e della lucida superficie degli specchi nei quali riflettere gli incubi spaziali dei labirinti narrativi e la perfezione adamantina delle figure retoriche rubricate in enciclopedie inestistenti.

Così se l’opera di Borges è un’utopia razionale, quella di Arlt è intrisa di un realismo esistenziale.

Arlt presentò le sue opere al Teatro del Pueblo di Buenos Aires (nato per «realizzare esperienze di teatro moderno per salvare la svilita arte teatrale e portare alle masse l’arte in generale, con l’obiettivo di favorire la salvezza spirituale del nostro popolo»), divenendone ben presto l’autore per eccellenza.

Del resto i personaggi letterari che Arlt ha disseminato nella pagina scritta, per intensità, erano fatti per fuoriuscire dalla piattezza del foglio di carta e per calcare le tavole del palcoscenico.

Sono sempre personaggi che sembrano avere la febbre, ogni loro parola è essenziale e determinata, urlano dal fondo della cantina dell’anima, attorniati dal buio di una tristezza congenita, per farsi sentire dalle stelle indifferenti che scorgono dalla feritoia della loro prigione esistenziale.

Nella prima opera presentata in questo libro, una commedia drammatica in tre atti, la crudeltà di Saverio consiste nel portare all’estremo un doppio gioco perverso.

Saverio è vittima di uno scherzo architettato ai suoi danni, ma avendolo scoperto si trasforma da perseguitato in persecutore, perdendo progressivamente contatto con la realtà e uscendo dall’ambito del gioco per entrare in un mondo fittizio dove tutto è ambiguo e confuso, a partire dai ruoli in commedia.

È un triplo salto mortale. Il venditore di burro Saverio viene coinvolto in una farsa per guarire la simulata pazzia di Susana: dovrà fingersi uno spietato Colonello e si cala perfettamente nel ruolo, sconvolgendo i complici dello scherzo, finché nel finale ogni ruolo si rovescia nuovamente, lasciando lo spettatore interdetto e sgomento.

Tutto è sospeso e in bilico. Verità e finzione si mescolano irriconoscibili. Entrano in gioco la critica alla divisione per classi sociali, il labile confine tra sanità mentale e pazzia (come nell’Enrico IV pirandelliano), oltre a una messa in scena della deriva dittatoriale che proprio in sudamerica ha trovato terreno fertile.

Così il melodramma si trasforma in dramma esistenziale e la farsa iniziale in tragedia finale.

Nella seconda opera, un atto unico denominato “atto burlesco”, dei grigi impiegati sono costretti a un lavoro ripetitivo e usurante. Non hanno mai viaggiato, né mai realmente vissuto, e la loro situazione è simile a quella di schiavi vogatori, costretti a remare senza tregua nella stiva di arcaici galeoni sognando di approdare al loro ideale: L’isola deserta.

Qui Arlt mette in scena le inumane condizioni dei lavoratori e lo sfruttamento della classe sociale più debole. La rivolta di questi lavoratori, causata da una finestra attraverso la quale vedono finalmente il sole, che rappresenta lo squarcio nel cielo di carta della loro condizione, li porterà inevitabilmente al licenziamento.

È una sorta di fuoriuscita dalla caverna, di risveglio della classe operaia, ma ha anche un risvolto esistenziale, in quanto Arlt indirizza lo sguardo nelle profondità dell’animo umano per sviscerare il carattere precario e finito dell’individuo e l’insensatezza, l’assurdo, il vuoto che caratterizzano la condizione dell’uomo moderno.

Insomma un Arlt drammaturgo da riscoprire per ritrovare anche nel teatro il suo stile personale, anti-accademico, che mischia in maniera tragicomica nella stessa opera melodramma, teatro grottesco,  metateatro (con la mise en abyme della rappresentazione nella rappresentazione in cui è coinvolto Saverio), grand-guignol e teatro dell’assurdo, dimostrandosi un grande autore e un modernizzatore anche sul palcoscenico della commedia vera e propria e non solo nella grande messa in scena dell’esistenza umana.

 

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Saverio, il crudele / L’isola deserta
Saverio, el cruel / La isla desierta
Traduzione di Raul Schenardi e Violetta Colonnelli
Arcoiris, 2016