Di questi tempi c’è bisogno di un elogio del silenzio.

Ce lo propone Bice Mortara Garavelli nel suo Silenzi d’Autore. Avendo recentemente letto L’arte di tacere dell’abate Dinouart, è venuto spontaneo avvicinarci a questo libro. Non per niente la stessa Garavelli antepone al suo testo una citazione proprio tratta dal libro dell’abate:

«Così come esistono due strumenti per esprimere il pensiero, le parole e la scrittura, esistono due modi di tacere: trattenendo la lingua e trattenendo la penna. Il che mi dà modo di osservare come gli scrittori debbano restare in silenzio o esprimere nei libri il proprio pensiero, rispettando il consiglio del saggio: “C’è un momento per tacere e un momento per parlare”».

Altra epigrafe del libro spetta a Eugenio Montale:

«La più vera ragione è di chi tace».

E a questo punto la recensione dovrebbe doverosamente interrompersi e lasciare spazio alle superiori ragioni del silenzio. Ma noi siamo sufficientemente stolti da continuare imperterriti, a discapito delle ammonizioni e dimostrando così di non aver letto con attenzione il libro. Concedeteci questa trasgressione alla norma del silenzio, che purtroppo è un continuo strappo quotidiano a quella che dovrebbe essere una regola aurea.

Ma quante fisionomie ha il silenzio?

L’autrice parte dai tragici greci, in particolare dall’Orestea di Eschilo in cui molti personaggi si autocensurano rifiutandosi di parlare. Ma la disamina dei silenzi tragici continua con l’Edipo re di Sofocle e l’Ippolito di Euripide. Si passa poi alla poesia virgiliana e a Seneca, nei quali si apre un ventaglio incomparabile di situazioni dominate dall’assenza di rumori. Un tema destinato, nel corso dei tempi, a durevole fortuna letteraria, come si evince da alcuni esempi danteschi, di cui nel libro viene proposta una rassegna tratti dalla Divina Commedia.

Ma oltre al silenzio letterario, c’è quello di fronte all’indicibile.

Le epigrafi di Primo Levi e Elie Wiesel, sono l’eloquente premessa a un capitolo dedicato alle narrazioni di fatti che travalicano i confini della ragione e del sentire umani. Quindi Auschwitz, con in primo piano il racconto di Primo Levi. Passando per La banalità del male di Hannah Arendt, sul celebre processo intentato a Gerusalemme nell’aprile del 1961 contro Eichmann. Per concludere questa sezione ecco la poesia per non dimenticare e i versi di Tadeusz Borowski e Elizabeth Wyse.

Non può infine mancare il “religioso silenzio”.

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Inizia la dinamica religiosa una disamina delle lettere di Ignazio di Antiochia, sprofondato “nel silenzio di Dio”, con stralci quali: «È meglio tacere ed essere, che chiacchierare e non essere», dalla sua lettera agli Efesini. Oppure la Taciturnitas, dalla regola di San Benedetto da Norcia. Per concludere con alcune testimonianze sul silenzio mistico, privilegiando tre figure femminili: Chiara d’Assisi, Caterina Fieschi e Caterina Vannini.

Conclude il libro un corposo capitolo finale, nel quale la Garavelli passa in rassegna le più appariscenti assenze, ovvero i silenzi rilevabili nel campo della storia o quelli insiti nelle composizioni letterarie e musicali, con valore e funzione di pausa. O anche esempi dalle opere di Umbero Eco e Alex Ross, autore de Il resto è rumore. Ascoltando il XX secolo. E ancora il celebre violoncellista Mario Brunello, che ha concluso il suo libro, Silenzio, con la frase «Amo la musica, mi piacciono i rumori, adoro il silenzio».

Una sorgente inesauribile di citazioni e di illuminazioni, questo libro. La frase più bella è tratta dal libro di Giovanni Pozzi, Tacet, dedicata al libro e al silenzio:

«La cella e il libro sono le stanze della solitudine e del silenzio. Della solitudine, la cella. Del silenzio, il libro, deposito della memoria, antidoto al caos dell’oblio, dove la parola giace, ma insonne, pronta a farsi incontro con passo silenzioso a chi la sollecita. Amico discretissimo, il libro non è petulante, risponde solo se richiesto, non urge oltre quando gli si chiede una sosta. Colmo di parole, tace».

Infine sappiate che se questo libro non è abbastanza, non ci rimane che rileggere le ultime parole dell’Amleto di Shakespeare, con le quali il personaggio abbandona la scena. Parole che sono divenute, ironicamente, anche il titolo di un bellissimo libro di Augusto Monterroso: «Il resto è silenzio».

p.s. In quel libro, per smentire tutto ciò che è stato detto finora, Monterroso inseriva (anche a nostra discolpa) un “Decalogo dello scrittore”, che esordiva così: Primo. Quando hai qualcosa da dire, dillo; quando non ce l’hai, anche. Scrivi sempre… Per cui abbiamo scritto questa recensione.

 

Voluta_v1Acquista-Online_v1Autore: Bice Mortara Garavelli
Titolo: Silenzi d’Autore
Editore: Editori Laterza
Anno: 2015