Se su google si cerca la frase “John Williams Stoner recensione”, il motore di ricerca restituisce circa 471.000 risultati. Su Anobii, il social network dei lettori, i contributi sono 1305. Fatte queste premesse, non dovrei neanche cominciare a scrivere: cosa potrò aggiungere di nuovo, di inedito, di interessante a questa messe di commenti presente in rete?

Probabilmente niente, o ancora meno di niente. Ma proviamoci. Premessa: Stoner è stato ristampato all’inizio di questo decennio in Europa (prima in Francia, poi – nel 2012 – in Italia, edito da Fazi Editore), dopo la prima pubblicazione del 1965. A 50 anni di distanza dal suo esordio, diventa un caso letterario, a scoppio ritardato.

Nel 2013, Julian Barnes, sul Guardian,  scriveva:

«È valido, ha notevole sostanza, gravità, e rimane nella mente. È anche un vero «romanzo per lettori», nel senso che la sua narrativa rinforza il valore della lettura e dello studio. Molti ripenseranno alle proprie folgorazioni letterarie, a quei momenti in cui la magia della letteratura cominciò ad avere un qualche vago senso, alla prima volta in cui si propose loro come il modo migliore di capire la vita (…). Forse c’è un po’ di quest’ansia dietro la rinascita del romanzo. Ma dovreste – anzi, dovete – scoprirlo di persona».

Nel 2016, in un suo articolo sui migliori romanzi stranieri degli ultimi 70 anni, il nostro Matteo Bugliaro rimarcava:

Stoner ha l’andamento di un classico, per cui è difficile determinare con sicurezza cosa affascini il lettore. È un fascino che deriva in parte dalla scrittura e in parte dal carattere del personaggio, con cui il lettore instaura un rapporto empatico, per la sua remissività che vorremmo riscattare e vendicare.

Sapete com’è? Quando un libro viene troppo osannato, io sento puzza di bruciato. Temo che non sia all’altezza delle mie aspettative, mi frena l’idea che dietro ci sia una abile operazione commerciale. È soprattutto per questo motivo che ho aspettato questa estate (quando l’eco della riscoperta si era ormai affievolita) per affrontare le 330 pagine del romanzo.

Che diventeranno 660 e 990, quasi sicuramente, vista la voglia che ho di rileggerlo. Perché sì, Stoner merita. C’è tutto dentro: l’amicizia, lo studio, il lavoro (tra passione e ruotine, tra dispetti e ironia), la carriera, l’amore e le sue crisi, la paternità, la malattia… Senza colpi di scena il libro si chiude con la morte di Stoner: le ultime sono – ancora più delle precedenti – pagine struggenti, commoventi.

Pagina dopo pagina, anno dopo anno, quella che sembrerebbe una vita piatta e noiosa ti entra dentro in profondità. Con nitidezza e delicatezza, ogni tanto con una lucida durezza, Williams volteggia sulla vita di Stoner, andando in picchiata nei momenti più intensi. Scava nelle anime Williams, e il fatto che per tutto il romanzo il protagonista perda il suo nome di battesimo per essere chiamato solo Stoner (che rimanda all’inglese stone = pietra) rende plasticamente l’idea.

Senza lasciarsi andare a sentimentalismi, Williams risponde a quelli che Peter Cameron, nella postfazione all’edizione italiana, chiama «gli interrogativi più imprescindibili e sconcertanti che ci è dato di conoscere: perché viviamo? Che cosa conferisce valore e significato alla vita? Che cosa vuol dire amare?».

John Williams
Stoner
2012 Fazi Editore
332 pagine
Euro 15,00