Quando muore un autore si aprono i cassetti, i bauli, si rovista negli armadi, nei garage. Si cerca nelle intercapedini, si rovescia anche la spazzatura, alla ricerca di una parola, un rigo appena che possa giustificare una postuma operazione editoriale, spesso di dubbia utilità.

Morto Cioran sono stati pubblicati i suoi Quaderni. Trentaquattro quaderni identici sui quali il filosofo aveva annotato dal 1957 al 1972. Raramente ho letto qualcosa di più vivo e profondo. Ne è venuto fuori un libro-mondo col quale qualsiasi altro autore avrebbe costruito un’intera carriera, suddivisa in vari imprescindibili libri.

Diari che ho letto nell’arco di un lustro. Centellinandoli. Leggendoli con l’angosciante sensazione che prima o poi ne sopraggiungesse la fine e dovessi infine, come leggendo l’ultima pagina è avvenuto, abbandonarli. Da lì la bramosia di averne ancora. E infatti sono state pubblicate altre opere, alcune delle quali inedite.

A 20 anni esatti dalla morte del filosofo romeno, adottato dalla Francia di cui a sua volta il filosofo ha adottato l’idioma, l’editore Voland pubblica questo Sulla Francia, curato e tradotto da Giovanni Rotiroti. Si tratta di un’opera del 1941, in cui Cioran, da poco trasferitosi in Francia, attanagliato dal cafard che non l’abbandonerà mai più, tratteggia un ritratto della nazione dai colori crepuscolari, mettendo in luce una civiltà in preda alla disgregazione.

Libro che risulta una scelta editoriale consapevole e necessaria.

Bisogna contestualizzare che Cioran scrive della decadenza della Francia durante la II guerra mondiale, con Parigi sotto il tacco della Germania nazista. Ma la Francia si è più ripresa? Ha fermato il suo declino culturale e la sua parabola discendente?

«La decadenza della Francia non rassomiglia alla decomposizione di una geometria? Sarebbe forse questo il caso, se si trattasse di un male formale? Ma si tratta di un male dell’anima la cui rovina si riflette nel mondo dei valori, delle forme, della cultura propriamente detta».

Come ogni opera di Cioran, anche questa procede con un andamento aforismatico. Cioran non ha un sistema, né una visione d’insieme del soggetto che abbraccia. Procede con brevi e rapide pennellate, il gesto della mano è quello dell’aspide che attacca, per creare un quadro puntilliste. Un quadro che visto da vicino non dice niente, ma allontanandosi dona una visione d’insieme coerente e compatta.

Ogni frase è un aforisma, un’illuminazione, una sentenza.

«Non credo che avrei tanto a cuore i francesi se non si fossero tanto annoiati nel corso della loro storia. Ma la loro profonda noia è priva di infinito. È la noia profonda della chiarezza. È la fatica delle cose comprese».

«Tutto un popolo malato di cafard». Come lo sarà Cioran, precocemente contagiato fin dal suo arrivo in suolo francese.

«Due volte – nella sua storia – la Francia ha raggiunto la grandezza: all’epoca della costruzione delle cattedrali e al tempo di Napoleone. Vale a dire in due momenti estranei al suo specifico genio. Le cattedrali e Napoleone – tutto quello che possiamo immaginare di meno francese!»

Un concetto che ritorna anche in seguito.

Un popolo, quello francese, che si è accontentato di se stesso. Niente lingue straniere, né importazioni di cultura, né curiosità alcuna per le cose del mondo, un paese che è sempre bastato a se stesso, autosufficiente e chiuso nel proprio spazio. Un popolo che ha dovuto aspettare un condottiero anomalo per uscire dal proprio essere.

«Una civiltà felice. Come non esserlo, visto che non si è lasciata tentare dalle partenze? Se non ci fosse stato Napoleone a spingere i francesi per il mondo, essi sarebbero rimasti la provincia ideale dell’Europa. Ha dovuto sbarcare dalla sua isola per scuoterli un po’. Ha saputo dare un contenuto imperialista alla loro vanità, chiamata anche gloria».

Cioran non fa sconti. Se parla e scrive arriva sempre in profondità, circumnaviga il suo soggetto navigando a vista, per poi approdare al nocciolo della questione e accamparsi sulle dorate spiagge che rilucono del sole della verità, lasciando ad altri le ombre delle sole apparenze, là, sotto le palme, dove sonnecchiano pensatori oziosi che rimasticano continuamente i pensieri altrui.

«In fondo, cos’è una civiltà? Un’organizzazione dell’assurdità della vita, un ordine provvisorio nell’incomprensibile. Appena i suoi valori si esauriscono e non spingono più l’individuo verso la fede e verso l’azione, la vita rivela il suo non-senso».

Ecco come Cioran vede la Francia. Essendo il filosofo colui che vive ai margini di tutte le forme di cultura, colui che intravede il niente nella loro trasparenza. Cioran si autoesiliò dalla vita e dall’alto della sua mansarda, Quasimodo del pensiero, non prese in considerazione le arcate della civiltà, ma ne vide il vuoto al di sotto, che sembra sorreggerle. L’Arco di Trionfo stesso non è più simbolo glorioso, bensì di vacuità. Non rimase affascinato dalle alte guglie delle cattedrali gotiche, ma scrutava e interrogava il cielo vuoto che quelle punte marmoree, simili a indici ammonitori, solleticano.

«La sua energia non tende verso l’alto, si piega. La Francia è Notre-Dame riflessa nella Senna – una cattedrale che rifiuta il cielo».

Fatti non fummo per viver come bruti. O si esercita il pensiero o è meglio andare a zappare la terra:

«L’avvenire umano si dispiega tra questi due poli: il pastoralismo e il paradosso. La cultura è una somma d’inutilità: il culto della sfumatura, la delicata complicità con l’errore, il gioco sottile e fatale con l’astrazione, la noia profonda, il fascino della dissoluzione. Il resto è agricoltura».

Che lampi di genio! Non costruisce cattedrali del pensiero. Ma crea degli squarci di luce che entrano nel nostro spirito come da sontuose vetrate e illuminano un particolare, un capitello o un fronzolo, lo santificano in quella nuova luce artificiale, rendendolo unico e inimitabile.

Insomma. Vale per lui quello che scrisse dei pensatori francesi, Pascal su tutti: «Lo stile è l’architettura dello spirito. Un pensatore è grande nella misura in cui accorda bene le sue idee; un poeta, le sue parole. La Francia ha la chiave di questo accordo. È per questo che ha prodotto una moltitudine di talenti».

 

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Sulla Francia
De la France
Traduzione di Giovanni Rotiroti
Voland, 2014