Oggi sfatiamo il mito secondo il quale per fare gli scrittori bisogna essere vecchi e con esperienza. L’errore più grande che si può fare nella letteratura, così come in altri ambiti, è di giudicare qualcuno meno capace solo perché più giovane.

Lungi da me lasciare che parole così forti rimangano prive di fondamento e vi introduco subito l’articolo che del New Yorker che mi ha avvicinato all’argomento.

Il giornalista Andrew Solomon scrive che “quando si è giovani e impazienti si aspira a diventar maturi, mentre ogni adulto darebbe qualsiasi cosa per tornare giovane. Ognuno ha da insegnare qualcosa all’altro. Ecco perché coloro che si dimostrano aperti alle differenze in termini di età ed esperienza vivranno un’esistenza più ricca di tutti gli altri”.

In poche parole Solomon suggerisce di essere giovani e adulti, inesperti e maturi, entusiasti e annoiati, impazienti e calmi. Di entrare in quella via di mezzo che scaccia con violenza gli estremi dell’esistenza; quell’equilibrio che in vita si può soltanto simulare, perché è un processo che avviene quando si mette in moto la fantasia e si scrive. O forse può accadere anche nella realtà?

Imparare a vivere “in the middle of things” è un sentiero lungo e tortuoso, scrive Solomon. Perché? Perché non è eccitante quanto l’inizio e la fine. È come quando si vive una storia d’amore: l’innamoramento iniziale e la tragicità del dirsi addio sono molto più invitanti della prospettiva di passare una vita di alti e bassi insieme.

Se voi però chiedeste, continua Solomon, a una coppia sposata da vent’anni se fosse disposta a tornare ai primi anni di tormentata e altalenante passione, molti declinerebbero l’invito. Quando ti trovi in the middle of things hai trovato la tua oasi e di lì non schiodi. E lo stesso ragionamento si applica alla scrittura: “I tuoi lavori migliori saranno il frutto dei tuoi primi tentativi”.

E qui entra in gioco Rainer Maria Rilke, il grande poeta tedesco di fine Ottocento, che scrisse una serie di lettere all’aspirante ma insicuro scrittore Franz Kappus, oggi pubblicate nella raccolta “Lettere a un giovane poeta”.
Ci sono molti passaggi che sono poetici quanto i suoi versi. Non nego di essermi commossa mentre leggevo alcune frasi della versione in inglese.

Il passaggio più famoso – che cita anche Solomon nell’articolo – è quello che riguarda quei dubbi irrisolti che ci tormentano e ci impediscono di andare avanti, anche nella scrittura: “Sii paziente con tutto quello che rimane irrisolto nel tuo cuore. Sforzati di amare le domande, anche se ti sembrano porte chiuse a chiave o libri scritti in una lingua straniera. Non cercare le risposte. Non ti verranno date perché non sei ancora in grado di accettarle. Bisogna prima vivere ogni momento, ogni domanda e un giorno, senza neanche accorgertene, ti farai strada da solo verso le risposte”.

Sulla scrittura, Rilke nello specifico scrive: “Le cose non appaiono così tangibili come la gente crede. Ci sono esperienze che non si possono neanche descrivere, che accadono in una realtà dove non esistono parole. […] Il compito dello scrittore sta proprio nel creare le parole per raccontare l’irraccontabile”.

Rilke insiste sul fatto che bisogna provarci e riprovarci, poiché nella vita ci si può fidare soltanto di ciò che ci appare complicato. Vi sembra una scelta masochista? Nessuno ha mai negato che il mestiere dello scrittore sia uno dei lavori più masochisti, scrive Rilke.

Ci sarebbero tante altre parti da citare, ma come sempre preferisco che sia la vostra curiosità a spingervi a leggere il libro, che è secondo me da prendere come opera di riferimento e da inserire subito nella wish-list.

E ricordatevi: “There can be no meaningful middle without a meaningful beginning. But the middle is as joyous as enduring love”.