Charles Bukowski sta a Henry Chinaski come Alessandro Tridello sta al Tride.

E in questo libro, firmato Il Tride, c’è tanta vita vissuta così come la si può trovare nei libri di Bukowski. Ma anche tanta ingenuità, di chi sta facendo esperienze. E le riversa in un libro che ha la freschezza di un manoscritto ritrovato non a Saragozza, ma sul tavolo di un editore. Non ancora passato tra le mani castranti di un editor. E nemmeno sotto la penna di un semplice correttore di bozze.

Eppure c’è qualcosa di affascinante in questa freschezza così naïve. Qualcosa di primigenio e selvaggio. Qualcosa di non addomesticato. Forse è davvero quel grado zero della scrittura che paventava Roland Barthes.

Fin dalla copertina Il Tride ci indica cosa sarà questo libro. Un vortice. Un pozzo nero. Una caduta vorticosa dentro se stesso. Una discesa agli inferi. In quel nocciolo magmatico che è dentro di noi, da cui scaturisce il nostro essere.

Eppure oltre alla vena autobiografica. Alla scrittura quasi automatica, compresa la dimenticanza delle virgole nella velocità della scrittura che vuole seguire il pensiero, senza scomodare i surrealisti, ma più da seduta psicanalitica, che si vuole terapeutica. C’è anche un lato schizofrenico.

Quella schizofrenia tipica di ogni scrittore. Per cui Io è un altro. Tridello è un altro. Il Tride. Doppio e diviso. L’uno che scrive di getto. L’altro che controlla la scrittura.

Uno che ci racconta la sua vita. Dagli anni delle medie a quelli dello sballo. Trascinandoci ipnotico e lisergirco tra mille avventure di vita vissuta. Con l’immediatezza di chi racconta un’avventura al bar. Sintonizzandosi all’istante sulla stessa onda di empatica condivisione che tra un cocktail e l’altro unisce i giovani della sua generazione.

Ma a intervallare questi momenti di puro accadimento romanzesco ci sono dei paragrafi, in corsivo, in cui l’autore s’interroga sulla scrittura stessa.

«Ho pensato di iniziare dalla storia della mia vita cercando di essere un narratore abbastanza veloce. Ma mi sono scoperto monotono e banale. Le cose che sto scrivendo non possono incuriosire nessuno perché non ho ancora scritto niente di interessante. Mio Dio! Tutte le mie idee, per cazzate che possano essere, si frantumano contro la magra realtà. Non sono uno scrittore…».

Momenti di riflessione dello scrittore alle prime armi che chiama in aiuto, elencandoli, i suoi numi tutelari. Suskind, Poe, Pennac, Jodorowsky, Tabucchi, Baricco, Grass, Cacucci, Kundera, Benni e ovviamente l’onnipresente Bukoswki. Distinguendosi però da tutti loro. Senza retaggi o plagi. Rimanendo se stesso e unico nel suo essere naïve.

Che cosa dire insomma di questo libro? Che è un libro assolutamente anomalo. Un’esperienza. Un grido incontrollato e psichedelico. Come quello che lanciava Jimi Hendrix accompagnandosi con le distorsioni lancinanti della sua Fender Stratocaster. Are you experienced? Have you even been experienced?

Il Tride
Il Compraanime
Editrice Il Torchio
Anno 2015