Sembra essere una caratteristica degli autori cechi quella di usare titoli quantomeno inconsueti. Se la palma spetta al Milan Kundera delL’insostenibile leggerezza dell’essere questo Amore e spazzatura di Ivan Klíma, almeno dal nome, potrebbe rientrare a pieno titolo tra Gli amori ridicoli dello stesso Kundera.

Del resto l’ossimoro o la dicotomia sono figure retoriche spesso usate nei titoli, avendo tutte le caratteristiche per essere spiazzanti e d’effetto. Penso all’Amore molesto di Elena Ferrante da cui il film di Martone o al Pensavo fosse amore invece era un calesse del grande Massimo Troisi, per quanto riguarda il cinema. O L’amore ai tempi del colera di Gabo, mentre recentemente l’Adelphi ha ripubblicato Nemici. Una storia d’amore di I.B. Singer.

Amore e spazzatura però li batte tutti.

Personalmente ho scoperto Ivan Klíma leggendo l’intervista di Philip Roth, raccolta in Chiacchiere di bottega, libro in cui il grande (forse il più grande) romanziere americano conversa a Torino con Primo Levi, a Londra con Milan Kundera e con Edna O’Brien, conversa a New York con I.B. Singer, a proposito di Bruno Schulz, e appunto a Praga, nel 1990, con Ivan Klíma (Conversazioni riportate anche nel recente Perché Scrivere, Einaudi, 2018).

Scopro così, ma non lo scopro io, un grande romanziere che è clamorosamente scomparso dai radar dell’editoria italiana. In libreria si può trovare Miriam. Il primo amore, pubblicato dalle Edizioni Iod di Napoli nel 2016, un racconto autobiografico dello scrittore ceco, interamente ambientato nel campo di concentramento di Terezín, dove Ivan Klíma fu imprigionato tra il 1941 e il 1945.

Amore e spazzatura è stato pubblicato invece per la prima e ultima volta in italiano da Mondadori, nella collana Omnibus stranieri nel 1991, per divenire da lì a poco una vera e propria reliquia, un libro disperso di cui si trovano on line poche sparute copie. Quasi che il libro seguisse il destino travagliato dell’autore, che è passato dai campi di concentramento alla Primavera di Praga.

In questo romanzo seguiamo il narratore mentre si aggira armato di scopa di saggina per le strade di Praga. Da scrittore e drammaturgo di successo è stato relegato, nella Repubblica socialista ceca, al ruolo di operatore ecologico. E questo narratore, nel suo errare per le strade di Praga, rievocherà alcuni avvenimenti della sua vita che riscontriamo anche nella biografia reale dell’autore. Autore e narratore sono quasi sovrapponibili.

Chi racconta è Ivan Klíma, ma anche un altro. Per quella formula rimbaudiana secondo la quale Io è un altro, recentemente ripresa da Javier Marías in un’intervista (Voglio essere lento, Passigli editori, 2010), in cui decretava che la voce narrante di un romanzo spesso è da attribuire ad Un altro oltre a me.

Senza soluzione di continuità, in una narrazione fluida in cui in un controllato flusso di coscienza il narratore espone i suoi pensieri e i suoi ricordi, passiamo da una scena all’altra e da un periodo all’altro. Dal presente delle strade di Praga si passa alla situazione familiare della voce narrante, alla sua relazione con Darja, la sua amante, al suo recente passato di professore universitario in una facoltà del Michigan, sempre più indietro fino alla sua infanzia, trascorsa nel campo di concentramento di Terezín.

Così quest’uomo, che seguiamo mentre pulisce dalla spazzatura le strade di Praga, è passato da una privazione della libertà all’altra. Dal campo di concentramento al regime comunista, mantenendo però libero il suo spirito e rifugiandosi nella letteratura, così come Primo Levi cercava di insegnare a Jean, giovane studente alsaziano, Il canto di Ulisse della Divina Commedia, nell’inferno di Auschwitz:

«Ero in grado di recitare a memoria le riflessioni di Pierre Bezuchov, prigioniero dei francesi, sul fatto che la libertà e la sofferenza sono così simili tra loro da permettere la libertà anche nella sofferenza. Non comprendevo Tolstoj, e neppure mi accorsi che a pochi passi dalla mia casa stavano sorgendo nuovi lager in cui gli uomini sono posti di fronte a quell’ultima possibilità: cercare la libertà anche nella sofferenza. Conoscevo soltanto i lager della mia infanzia»

Ma il vero nume tutelare di Ivan Klíma, e di tutta la letteratura ceca e non a caso censurato durante il periodo comunista, è Franz Kafka, sul quale il narratore sta portando a termine un saggio critico e di cui riporta alcune considerazioni, come questa riguardante Nella colonia penale:

«Rimasi sconcertato ed entusiasmato dal mistero apparentemente impenetrabile contenuto nella storia che tuttavia mi angosciava. Ero comunque in grado di afferrare perlomeno il senso più evidente del racconto. L’ufficiale, un pedante crudele infiammato per il compito di carnefice, mi sembrava una profetica anticipazione di quegli ufficiali che avevo conosciuto, una specie di prototipo di quel Hösse di Auschwitz. Ero affascinato dall’idea che la letteratura potesse non soltanto far rivivere quelli che erano morti, ma anche spiegare l’aspetto di coloro che non erano ancora nati»

La letteratura e la storia d’amore con Darja aprono squarci di azzurro nel cielo plumbeo del regime, spazi puliti e lindi dove coltivare speranze, mentre la spazzatura comunista ricopre ogni cosa, l’immondizia è come la morte, che altro c’è di altrettanto indistruttibile? Come la morte sociale e psicologica degli uomini privati della libertà, come la cenere che esce dai camini, la sporcizia investe tutto e assale come la morte:

«Impietrito dallo stupore me ne stavo lì a guardare tutta l’immondizia, cenci, cartacce e fasce insanguinate che ricadevano per terra, si impigliavano nei rami degli alberi e in parte, evitando fortunatamente le piante, veleggiavano verso le finestre aperte dei padiglioni. In quel momento si raccolsero lì intorno gli idioti del centro sanitario sociale incaricati della cura del parco dell’ospedale e tutti eccitati si misero a fare versi, indicando un alto, argenteo abete decorato come un albero di Natale. Allora mi venne in mente che ciò che era accaduto in quel momento rappresentava un esemplare dimostrazione della storia di tutti i giorni. Nessuna materia si distrugge, al massimo muta forma e aspetto. L’immondizia è immortale, si disperde nell’aria, si gonfia nell’acqua, vi si scioglie, ammuffisce e si decompone, si trasforma in gas, in fumo, in fuliggine, si disperde per tutto il mondo e poco a poco lo seppellisce»

Nella conversazione con Philip Roth Ivan Klíma racconta come sotto il regime le sue opere e quelle di molti altri autori fossero censurate e messe al bando. Allora avevano inventato un sistema per la pubblicazione clandestina di opere letterarie, serie in piccole tirature, una letteratura samizdat stampata in laboratori sconosciuti ai delatori e alle autorità, poche, preziose copie che i lettori, come cospiratori, si passavano di mano in mano, come un messaggio di libertà.

È quello che ci tocca fare in Italia, oggi, per leggere Amore e Spazzatura di Ivan Klíma e molti altri libri dispersi. Bisogna cercare quelle poche copie sopravvisute all’olocausto del tempo che passa e che rovina e disperde i pochi esemplari rimasti, anche di grandi tirature. Non ci rimane che ricercare questo capolavoro sulle bancarelle dei mercatini di quartiere o sul web, ricercarle nella speranza di leggere aurei brani, di cui questo libro è stracolmo, come questo che vi riporto (e se avessi tempo e coraggio, vi trascriverei tutto il libro):

«Anch’io andavo nella mia direzione. Desideravo sempre meno ciò che un tempo mi aveva attratto, le cose non mi interessavano più. Ancora non molto tempo prima facevo collezione di carte geografiche e di libri antichi, ma ora la polvere li seppelliva. Ormai non mi davo più tanto da fare per scovare le novità, nella speranza che finalmente sarebbe mutata quella situazione che non si poteva certo dire mi fosse favorevole. Cominciai invece a cercare cosa incombesse su quella situazione, se ci fosse un modo di sollevare le nostre vite dalla futilità e dall’oblio, e volevo scoprirlo da me, non limitandomi ad accettarlo rivelato e descritto da altri. Aspiravo a realizzarlo non per orgoglio, ma perché so bene che l’essenziale nella vita non si può ne comunicare ne comprimere in parole; anche se gli uomini si sforzano di comunicare ciò che pensano di avere scoperto, come provo anch’io. Ma chi crede di aver scoperto ciò che è veramente imperituro trasmettendo agli altri l’essenza divina, chi crede di aver trovato anche per gli altri la vera fede e di aver scrutato nel mistero dell’essere, è un illuso o un visionario e più spesso anche un tipo pericoloso»

 

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Amore e Spazzatura
Láska a Smetí
Traduzione di Gianlorenzo Pacini
Mondadori, 1991