Cosa aspettarsi da un libro di Brendan Behan?

Cosa aspettarsi da uno che stroncato dal diabete e dall’alcol fu costretto all’immobilità, tanto da non poter più né leggere, né scrivere. Le opere di quel periodo furono infatti incise su nastro e prendono il nome di talk books. Così ha dettato anche questo Brendan Behan’s New York, che l’illuminato editore 66thand2nd ha tradotto come Un irlandese in America, La New York di Brendan Behan.

Testo intervallato dai bellissimi disegni di Paul Hogarth:

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Cosa aspettarsi da uno che si definiva “un alcolizzato con problemi di scrittura”, uno per cui, sempre parole sue, “Un drink è troppo per me e mille non sono abbastanza”. Norman Mailer ricordandolo in quel periodo diceva: «New York era morta, in quegli anni. Brendan Behan ruppe il ghiaccio… fece apparire il movimento beat – Kerouac, Ginsberg, me ed altri – come dei rispettabili borghesucci».

Energia!

Energia allo stato puro si trova in queste pagine. L’energia di uno che parla a ruota libera passando di palo in frasca, snocciolando un aneddoto dietro l’altro e una serie indimenticabile di scenette e bozzetti di vita vissuta che ricreano sotto i nostri occhi esterefatti l’atmosfera della New York degli anni sessanta.

L’energia che scorre inesausta nelle vene dell’America, scorre anche, come una febbrile corrente elettrica, nella prosa veloce e telegrafica di Brendan Behan. Forse perché abituato alle battute delle commedie, il suo incedere è molto ritmato. Non fa sconti a nessuno con la sua irriverenza. Anche a questo libro bisognerebbe porre in esergo:

Togliete le serrature dalle porte! Togliete anche le porte dai cardini!

New York del resto richiede la parola che squadri da ogni lato, una frase cubista, onnicomprensiva, che accolga il volume dei parallelepipedi dei grattacieli. Immagini limpide e lucenti, come le insegne al neon delle mille luci di N.Y.. Figure retoriche taglienti e geometriche come il profilo dello skyline della città.

Brendan Behan, nel descrivere New York, usa l’unico linguaggio esatto che possa immortalarla come in una polaroid, perché bisogna cogliere l’attimo, perché N.Y. è la città che non dorme mai e questa mancanza di sonno l’ha resa nevrotica e schizzata:

Una delle cosa più sorprendenti che ho scoperto sugli americani, e sui newyorkesi in particolare, è il modo in cui si vantano sempre della corruzione, come se fosse una loro invenzione e non esistesse da nessun’altra parte. Si vantano dell’insensibilità della folla e di come un uomo possa stare disteso in terra a Time Square per un mese senza che nessuno si avvicini a lui, se non per derubarlo o violentarlo

Non c’è lato oscuro della Grande Mela che lo sguardo da irlandese ubriaco all’estero di Brendan Behan non illumini con sagacia e anticonformismo.

Del resto con il suo passato da attivista dell’IRA, dove svolse un ruolo operativo fino all’arresto ancora minorenne, per cui venne rinchiuso per tre anni nel Borstal, il carcere minorile da cui il suo romanzo autobiografico Borstal Boy, tradotto in Italia da Bianciardi. Con il suo passato da imbianchino, una volta affermatosi come scrittore non si fece sfuggire l’occasione di sbeffeggiare l’establishment, fino a presentarsi ubriaco in varie trasmissioni televisive inglesi e americane.

Come confessa egli stesso in questa sorta di autobiografia americana:

Io non sono un prete ma un peccatore. Non sono uno psichiatra ma un nevrotico. Le mie nevrosi sono gli strumenti essenziali della mia sopravvivenza. Se mi curassero, dovrei tornare a fare l’imbianchino

Pensieri e parole a ruota libera, tutto quello che gli passa per la mente rientra in questo che lui definisce un “poema epico” su una New York che in parte non c’è più, anche se quest’irlandese costantemente ubriaco è riuscito a coglierne l’essenza molto meglio di chiunque altro, con l’obiettivo fotografico, un po’ sbieco, ma non bieco, del suo lucido sguardo avvinazzato.

 

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Un irlandese in America
Brendan Behan’s New York
Traduzione di Riccardo Michelucci
Editore 66thand2nd
Anno 2016