Se la letteratura argentina moderna ha un nume tutelare questi è senz’altro Macedonio Fernández. Tutti ne parlano, nessuno lo legge. Certo ci vuole del coraggio a pubblicarlo. Questo coraggio l’ha avuto Il Melangolo, nel 1992, nel pubblicare questo Museo del romanzo della eterna (primo romanzo bello) nella collana Lecturae, che risulta essere la prima edizione straniera.

Ma non così coraggioso da pubblicarne anche il seguito, quel Adriana Buenos Aires (ultimo romanzo brutto), che Macedonio considerava «gemello» e che avrebbe voluto pubblicati insieme in un unico volume. Il Melangolo lo annunciava in preparazione, ma poi chissà. Le vie dell’editoria sono infinite, anche se a volte finiscono in un vicolo cieco.

Questo è un libro per chi adora lo sperimentalismo letterario. Michel Tournier che in pieno OuLiPo scrisse un libro controcorrente, simbolista e filosofico, Vendredi ou les limbes du Pacifique, altro libro disperso, diceva invece: «Je n’aime pas c’est type de plaisanterie!». Proprio così.

E in questo libro ce ne sono abbastanza di «scherzi letterari». Tutta una serie di trovate e di corollari e di scolii, quasi da esaurire l’intera gamma dei parossismi e dei paradossi. In una sorta di parodia del romanzo stesso.

Ma Macedonio Fernández chi è costui?

Borges lo considerava il suo maestro e si lamentava che non fosse stata ancora scritta una biografia di Macedonio, uomo che rare volte accondiscese all’azione, anche a quella di scrivere, e che visse dedito ai puri piaceri del pensiero.

«Nel corso di una esistenza ormai lunga – aggiunge Borges  – ho conversato con persone famose; nessuna mi impressionò come lui, neppure in modo analogo. Cercava di nascondere, non di sfoggiare, la sua straordinaria intelligenza; parlava come ai margini del dialogo, eppure ne era il centro».

Per Cortázar fu colui che gli fece scoprire un certo umorismo segreto. Un aforisma di Macedonio è questo: «Al concerto per pianoforte della signorina López mancava tanta di quella gente che, se ne fosse mancato uno di più, non avrebbe trovato posto». Ecco un esempio di inversione umoristica, come trasformare un terribile vuoto in una sorta di pienezza totale del negativo.

Macedonio Fernández, essendo molto basso, aveva il complesso della statura, racconta ancora Cortázar per delineare questa figura di precursore nell’umorismo. Un giorno, a una festa, una signora gli domandò: «Lei quanto è alto, don Macedonio?» e questi rispose: «Signora, sono abbastanza alto da arrivare al pavimento».

Bolaño lo cita facendo un rendiconto di cosa fosse la letteratura argentina con Borges ancora in vita. C’è Bioy Casares, dice, che scrive il primo e il più bel romanzo fantastico latino-americano, c’è Cortázar che è il migliore, c’è Roberto Arlt che fu il più ignorato di tutti e c’è Macedonio Fernández che a volte sembra un Valéry porteño, infatti è tutto cerebrale, tutto sillogismi e un’alternanza di umorismo e amarezza.

Roberto Arlt, che non aveva un buon rapporto con Borges collocandosi idealmente dall’altra parte della barricata, ha comunque una buona opinione di Macedonio Fernández. Lo cita ad esempio all’inizio di una delle sue Acqueforti di Buenos Aires: «Per vagabondare, credo occorrano eccezionali doti di sognatore. Già lo disse l’illustre Macedonio Fernández: “Non tutti gli occhi aperti sono svegli”».

Forse a tratteggiarne il ritratto più calzante è stato, recentemente, chi non l’ha mai conosciuto. Geminello Alvi in Uomini del novecento dice di lui che appuntò sulla carta della drogheria certe sue potenti meditazioni sociali; che smise di leggere libri che non fossero grammatiche; la sua poesia più bella, Elena Bellamuerte, la scrisse e la lasciò in una scatola di biscotti in casa di un amico, che la ritrovò vent’anni dopo, perché non attribuiva alcun valore alla parola scritta e le sue carte andarono perse nei traslochi da pensione a pensione; concludendo che da tutto ciò il lettore potrebbe ora giudicare Fernandez persona mai esistita o favola inventata da Borges…

Comunque questo libro inizia con una sfilza di prologhi. Ne ho contati ben 57, ma potrei sbagliarmi. PROLOGO ALL’ETERNITÀ. PROLOGO ALLA MIA PERSONA D’AUTORE. AI CRITICI. AI LETTORI CHE SOFFRIREBBERO SE IGNORASSERO CIÒ CHE IL ROMANZO RACCONTA. PROLOGO METAFISICO. GUIDA AI PROLOGHI. AL LETTORE DI LIBRI IN VETRINA. PROLOGO CHE SI SENTE ROMANZO. PROLOGO DEL PERSONAGGIO PRESO A PRESTITO. COSA VOLETE: DEVO CONTINUARE I PROLOGHI. Ecc. Ecc.

C’è anche un prologo finale, posto alla fine del romanzo. A CHI VOGLIA SCRIVERE QUESTO ROMANZO. Nel quale Macedonio dichiara di lasciarlo libro aperto: «sarà magari il primo ‘libro aperto’ nella storia letteraria» e autorizza qualunque scrittore futuro a correggerlo e pubblicarlo liberamente, menzionando o meno la sua opera e il suo nome.

Dopo questi prologhi il romanzo inizia a pagina 177 dell’edizione Il Melangolo. QUESTI SONO STATI PROLOGHI? E QUESTO SARÀ ROMANZO? Purtroppo però lo spazio per la recensione finisce qui. Peccato. Si vede che questa sarà la prima recensione non di un romanzo. Ma del prologo dello stesso. Pazienza.

 

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Museo del romanzo della Eterna (primo romanzo bello)
Titolo originale: Museo de la novela de la Eterna (primera novela buena)
Traduzione di Giovanna Albio, Paola Argento, Martha Canfield, Fabio Rodriguez Amaya
Il Melangolo, 1992