L’ultimo arrivato (Premio Campiello 2015, Sellerio) di Marco Balzano è così bello che viene subito voglia di recensirlo. Ma nel trovare le parole giuste si inciampa tra le pagine di un racconto perfetto.

Ninetto e Giuvà, paesani di San Cono, lavorano i campi legati ancora al grembo materno delle loro terre. Maturano sempre di più la speranza di staccarvisi, per recarsi in quel posto dove la macchina industriale e quella del destino si incontrano. Dopo un interminabile viaggio in treno arrivano a Milano e si scontrano con una realtà diversa, fatta di palazzoni, ciminiere, viaggi in tram e giornate scandite dalla nebbia.

Sulla banchina la gente era come un serpente umano, che trasportava valige, chi cartoni sulla testa, chi spingeva casse di legno. Uno stordimento unico. Si sentivano tante lingue incomprensibili e sembrava di stare sulla torre di Babele.

È Ninetto che parla, il protagonista del romanzo, che a soli nove anni decide, appunto, di partire per Milano insieme a Giuvà, amico di famiglia. Guadagnare qualche spicciolo e ambire a un posto in fabbrica, potersi permettere un tetto sulla testa, metter su famiglia: questi i desideri dei “picciriddi” che dal Mezzogiorno emigravano al nord.

In un angolo della valigia venivano riposti al sicuro anche quei sogni tipici dell’età della spensieratezza. Quello di Ninetto era di diventare poeta. Ed è proprio poesia quella che ci restituiscono le sue parole, cariche del suo personale punto di vista; l’obiettività fugge, come un passero che spicca il volo perché si sente osservato. Sullo sfondo, una Milano incontrollabile.

Comunque, è stato proprio quel lavoro di galoppino a farmi capire che Milano è un posto magico e orribile insieme. Orribile per le strade larghe, per le macchine che mi minacciavano e per i pedoni che in quel loro dialetto incomprensibile mi urlavano di scendere dal marciapiede. Era uno sgridarmi continuo che mi faceva sudare e sentire il cuore un tamburo. Però una volta arrivati si aprivano i portoni e dentro apparivano condomini che parevano regge. Allora diventava anche magico.

Gli anni passano e Ninetto si fa uomo, cambiano i suoi pensieri, le sue aspirazioni, il suo modo di concepire la vita e le persone. La voce narrante, infatti, è quella di un Ninetto ormai cresciuto, anche se il tono rimane ingenuo, come quello del bambino che sfrecciava per le vie di Milano sulla sua bicicletta, che pianificava la “fuitina” con l’amata Maddalena; che si è dimostrato capace di lottare, ma anche di accettare la realtà per quello che era.

Non si salta su ogni treno, alcuni bisogna perderli, altri lasciarli andare e farsene una ragione.

Un bambino un po’ spaventato, un po’ coraggioso, un po’ alienato da questo mondo industriale e veloce, che a tratti soffoca e a tratti affascina. Ingenuità e semplicità fanno parte anche dell’adulto ormai diventato nonno. Che ne ha viste tante e che è passato dalla monotonia della catena di montaggio alla noia del carcere. Una ripetitività, che viene scossa da violenti terremoti emotivi, echi di un trauma che ha origine da un cambiamento così precoce, brusco e immediato come quello dell’ emigrazione infantile.

…La sensazione immediata è quella di vivere in un film in cui il protagonista è uno che non va mai avanti. Cambia la città, cambiano gli abitanti, cambiano i modi di fare, ma lui no.

Le parole di Ninetto, ovvero di Balzano, trasudano una bellezza primitiva, sia candida che aggressiva. Un’epoca che ci sembra così distante ci viene descritta con parole semplici e per questo poetiche. L’ho già scritto, ma lo ripeto: Ninetto da grande voleva fare il poeta. E noi lettori, che ci siamo affezionati a lui quasi come se lo conoscessimo da anni, continuiamo ad augurarglielo anche dopo aver letto l’ultima pagina di questo libro straordinario.

Perdetevi nei dialoghi e nelle descrizioni di questo romanzo, innamoratevi del tempo che dedicate a ogni pagina. Lasciate che, a un certo punto, le lacrime corrano veloci sul vostro viso come era solito fare Ninetto per le vie di Milano.

 

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L’ultimo arrivato
Sellerio, 2015