Questo libro di Charles D’Ambrosio è come un Negroni sbagliato.

È un libro sbagliato. Non è un saggio narrativo e non è neanche un romanzo moderno, categoria quest’ultima nella quale ci si può infilare di tutto, ma non questo libro. Perché questo libro è tutto sbagliato.

È un libro ostile a farsi imbrigliare in qualsivoglia classificazione che ne determini il genere o definisca l’essenza. L’unico antecedente che gli si possa attribuire, come fosse una sorta di nobile antenato, dal quale nasca attraverso una progenie bastarda questo frutto illegittimo, sono i Saggi di Montaigne, corrotti dallo sguardo contemporaneo.

Si parte con Una sorta di prefazione nella quale un giovane D’Ambrosio è seduto a una fermata dell’autobus sotto la pioggia di Seattle. Praticamente per tutto il resto del libro starà seduto là. Alla fermata dell’autobus, negli anni ’70, sotto la pioggia. Proustianamente viene fuori tutto da là.

Con questa desolata overture D’Ambrosio ci mette subito in sintonia con la tonalità che riecheggia nell’intero libro, che è una sorta di vecchia aria malinconica e triste che fuoriesce gracchiando da un vecchio grammofono balbettante, affetto da raucedine.

Mettendo a nudo la sua anima, fin da subito, confessando ad esempio delle ore passate in solitudine in una biblioteca a sognare Parigi, come fosse un luogo della mente, cerca nel lettore uno che gli somigli, un fratello, un suo simile, un’anima in cui risuoni la sua stessa desolata frequenza cardiaca.

«Dov’erano tutte le altre persone che non sapevano, che non capivano. Noi esitanti, noi combattuti, siamo tutti soli?»

D’Ambrosio crea una subitanea empatia con il lettore, che è costretto a seguirlo come un Virgilio, fino nei recessi della sua anima travagliata, obbligato dalla sua estrema lucidità a una dolorosa sincerità. D’Ambrosio si sente più a suo agio quando interpreta l’uomo che dalle vetrine di un ristorante osserviamo immobile sotto la pioggia.

È quello che semplicemente passa di lì, mentre torna a casa per scrivere, che registra i dettagli invisibili e i fatterelli più insulsi per trasformarli in frasi architettonicamente perfette, in grande letteratura. Tutto il suo passato si trasfigura nella sbilenca costruzione a più piani che è questo libro stesso.

«Vorrei che il tempo si comprimesse su se stesso, così da poter guardare di nuovo il fuoco e le ceneri che si alzavano da quella casa, e anche vedere mio fratello che cade nel vuoto dal ponte. Sotto sotto capisco che equivale a desiderare che il Tempo, come un dio, ci venga a trovare tutti nel momento del bisogno»

Ma il tema principale di questo libro è il suicidio.

L’evento fondante e disturbante della vita di D’Ambrosio è il suicidio del fratello Danny, che ha scritto la sua lettera d’addio in camera di Charles, prima di posare la penna e di impugnare la pistola. Altro elemento fondamentale è il tentato suicidio dell’altro fratello, Mike, che si è salvato per miracolo dopo un volo dall’Aurora Bridge di Seattle.

C’è sempre D’Ambrosio in primo piano, la sua esperienza di prima mano che diventa la pietra di paragone con la quale decifrare tutte le esperienze di vita o divenute letteratura che possono essere paragonate alla propria.

D’Ambrosio è l’ultimo esponente di una schiatta di critici creativi. Come diceva Vargas Llosa in un’intervista:

«Mi piacciono i critici che usano i libri degli altri come uno scrittore usa la realtà: come un punto di partenza per creare propri mondi, proprie interpretazioni. Ma non è che ne siano rimasti molti di critici così».

Quindi D’Ambrosio non può che rivolgersi al personaggio di Seymour, come se fosse un oracolo. Analizza allora l’opera di Salinger partendo da Il giovane Holden, passando per Un giorno ideale per i pescibanana, per arrivare a capire attraverso la saga della famiglia Glass, anche un poco della propria.

Perché quello che scrive di Salinger vale per riflesso anche per questo libro di D’Ambrosio, come confessa egli stesso:

«Fin dall’inizio la mia lettura dell’opera di Salinger è stata sbilenca, eccentrica, ossessionata dal leggendario silenzio dello scrittore recluso e dal tema del suicidio che sembra cucire insieme tutto ciò che ha scritto. Come succede sempre, forse inevitabilmente, il peso sbilanciato che la mia esperienza di vita caricava sul testo gli ha impresso un’orbita eccentrica, traballante, e ancora oggi mi sembra di non riuscire a leggere quel romanzo in maniera diversa. È un libro tutto sul Suicidio e sul Silenzio».

E dopo Salinger, sempre a proposito di suicidio, eccoci a Richard Brautigan che quando si sparò, a Bolinas nel 1984, sulla sua vita venne gettato uno sguardo vagamente emblematico che aveva ben poco da dire sul valore letterario dei suoi libri.

«Le frasi di Carver, nelle ultime fasi della sua carriera, scoprirono la generosità e si allungarono; quelle di Brautigan no. Una verità sul suicidio è che quasi mai ha a che fare col futuro. È il passato che il suicida non riesce ad affrontare, e anche il disonore sembra essere l’eccezione – l’unico caso in cui pare che il suicidio riguardi il futuro – perfino nell’Edipo è il passato ciò che Giocasta non riesce ad accettare, una volta venuto alla luce. Brautigan non lasciò mai davvero il Nordovest Pacifico, e l’unica cosa di cui le sue frasi avevano bisogno, per completarsi, era una morte»

La prosa ricca e barocca, piena di accenni che vengono ripresi nel corso di una narrazione sincopata, che nasce dalla commistione di flashback e flashforward, è il frutto maturo e succoso di numerose accorte stesure, di un instancabile lavorio che porta alla pienezza di una teoria di frasi perfette.

Ci sono anche dei reportages all’interno di questo strano libro: sugli orfani russi, sulla pesca delle balene, ma sempre sbagliati (sbilenchi, eccentrici, ossessionati), influenzati dallo sguardo strabico e predominante dell’autore. Reportages, saggi letterari, confessioni per un ritratto dell’autore da giovane (o da cucciolo), esperienze di vita vissuta veramente e di vita vissuta nella lettura.

Insomma.

Letto sul finire del dicembre del 2016, grazie anche all’inverno e al clima inclemente, alla necessità di leggerlo mentre fuori imperversava la bufera e una natura ostile obbligava al ritiro casalingo (simile al ritiro di D’Ambrosio in biblioteca), si è guadagnato in extremis la palma di miglior libro letto nell’anno solare appena passato.

E questo non è uno sbaglio.

P.s. Il Negroni sbagliato è un aperitivo creato al Bar Basso di Milano negli anni sessanta dal bartender Mirko Stocchetto. Differisce dal Negroni classico per la presenza dello spumante brut, che sostituisce il gin. Il drink diventa così più leggero grazie alla minore presenza alcolica.

 

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Perdersi
Loitering
Traduzione di Martina Testa
Minimum Fax, 2016