Se per uno scrittore c’è un giorno particolarmente infausto per morire, questo è sicuramente il 23 aprile. In questa data morirono infatti, nel 1616, esattamente 401 anni fa, sia il grande bardo, William Shakespeare, sia Miguel de Cervantes, padre del romanzo moderno. Se questo non bastasse anche il grande poeta peruviano Garcilago de la Vega, soprannominato El Inca, morì a Cordoba il 23 aprile del 1616.

Eppure un anno fa, lo scrittore guatemalteco Gustavo Borda, ha scelto proprio questo giorno per morire a Los Angeles e per finire per essere del tutto dimenticato, offuscato da coloro che lo precedettero nella gloria e nella morte. Come una flebile stella lontana, invisibile nell’ebbrezza del giorno luminoso in cui risplendono due soli accecanti.

Per essere precisi Shakespeare e Cervantes sono morti il 23 aprile, ma a distanza di 10 giorni l’uno dall’altro. Bisogna infatti tener conto del fatto che all’epoca Spagna e Inghilterra adottavano rispettivamente il calendario “gregoriano” e quello “giuliano”. Quindi se Cervantes morì “veramente” il 23 aprile, la morte di Shakespeare, per gli altri paesi cattolici che dal 1582 avevano adottato il calendario “gregoriano”, era il 3 maggio, dieci giorni dopo.

Per queste due morti illustri, alle quali si aggiungono quelle di El Inca e, da ormai un anno, la morte improvvisa di Gustavo Borda, il 23 aprile è conosciuto come “La giornata mondiale del libro”.

Gustavo Borda si è spento il 23 aprile 2016 all’età di 62 anni, nella sua casa di Los Angeles, dopo  lunga e dolorosa malattia. Il più grande e più sfortunato degli autori di fantascienza guatemaltechi era nato nel 1954 a Città del Guatemala, dove trascorse un’infanzia e un’adolescenza contadine. Era figlio del capo dei lavoranti alla tenuta Los Laureles e trovò nella biblioteca dei padroni di suo padre la fonte delle sue prime letture e delle sue prime umiliazioni. Entrambe, letture e umiliazioni, non gli sarebbero mancate per tutta la vita.

Celebre nei paesi di lingua spagnola, ha avuto una sola traduzione in inglese, mentre in italiano il suo nome non compare in nessuna pubblicazione. La sua fama è giunta fino a noi indirettamente, per essere stato inserito da Roberto Bolaño nella sua celebre antologia intitolata La letteratura nazista in America, tradotta da Maria Nicola per Adelphi, che risulta essere un grande compendio di libri dispersi.

Anche per la biografia di Gustavo Borda, oltre che per la bibliografia, dobbiamo fidarci di questa unica fonte e del ritratto che ne tratteggia Bolaño nella sua antologia. Bolaño lo descrive «propenso all’amore e all’amor proprio» e pare che «la sua vita fu certamente un rosario di umiliazioni che seppe portare con la forza d’animo di una belva ferita».

Numerosi sono gli aneddoti californiani che lo vedono protagonista, mentre poco si sa del suo trascorso in Guatemala, anche se in patria, prima di essere completamente dimenticato, giunse ad essere considerato lo scrittore nazionale.

Sentiamo cosa ci riferisce Bolaño dei suoi non idilliaci trascorsi a Los Angeles:

«Si dice che Gustavo Borda fosse il bersaglio prediletto di tutti i sadici di Hollywood; che s’innamorò di almeno cinque attrici, quattro segretarie, sette cameriere e che da tutte fu respinto con grave danno per la sua dignità personale; che più di una volta fu brutalmente picchiato da fratelli, amici o fidanzati delle donne di cui s’innamorava; che gli amici si divertivano a farlo bere finché crollava per poi lasciarlo steso dove capitava; che fu truffato dal suo agente letterario, dal suo padrone di casa, dal suo dirimpettaio (lo sceneggiatore e scrittore di fantascienza messicano Alfredo de Maria); che la sua partecipazione a simposi e convegni di scrittori di fantascienza statunitensi non gli attirava altro che sarcasmo, disprezzo e beffe».

Eppure nei suoi Diari, che si possono consultare in rare edizioni fuori commercio o recandosi in qualuque biblioteca ben fornita di libri in lingua spagnola, Gustavo Borda non risulta demoralizzato per i suoi insuccessi amorosi e per i colpi ricevuti dalla sorte e dai parenti delle sue fiamme.

Nei Diari incolpa di ogni cosa gli ebrei e gli usurai, avvicinandosi alla sensibilità di un Louis-Ferdinand Céline o di un Léon Bloy, anche se come statura letteraria (e anche come statura fisica) era lontano anni luce da entrambi, avvicinandosi ad essi solo nelle sue paranoie.

«Gustavo Borda era alto appena un metro e cinquantacinque – riferisce Bolaño – Era di carnagione scura, con i capelli neri e dritti e una chiostra di denti enormi e bianchissimi. I suoi personaggi, invece, sono alti, biondi, con gli occhi azzurri. Le astronavi che compaiono nei suoi romanzi hanno nomi tedeschi. Anche i loro equipaggi sono tedeschi. Le colonie spaziali si chiamano Nuova Berlino, Nuova Amburgo, Nuova Francoforte, Nuova Königsberg. E la sua polizia cosmica veste e si comporta come probabilmente si sarebbero vestite e comportate le SS se fossero sopravvissute fino al 2100».

Borda crea delle distopie nelle quali immagina che le forze dell’Asse abbiano vinto la Seconda Guerra Mondiale e non solo governino la Terra, ma il Cosmo intero.

Fu solo dopo la sua unica traduzione in inglese, quella del suo quarto romanzo, Crimini irrisolti a Ciudad-Fuerza, che si diede alla scrittura a tempo pieno e si stabilì a Los Angeles, città che non avrebbe più lasciato, fino all’anno scorso, quando è partito per il suo ultimo viaggio ultraterreno.

Una volta, alla domanda sul perché nelle sue storie vi fosse quella componente germanica, così strana per un autore latinoamericano, Borda rispose:

«Mi hanno fatto tante di quelle cattiverie, mi hanno sputato in faccia così spesso, mi hanno tradito tante di quelle volte che per me il solo modo di continuare a vivere e continuare a scrivere era trasferirmi con la mente in un luogo ideale…».

Salutiamo allora, con questo doveroso quanto ritardatario coccodrillo, Gustavo Borda, autore di letteratura fantascientifica e d’evasione, nazista che non si è mai pentito e che odiava con tutto il cuore gli ebrei, almeno quanto il resto dell’umanità odiava lui.

Autore sfortunato e dimenticato in vita, che è morto a Los Angeles nella più completa solitudine, e sfortunato nella morte (ultima estrema beffa del destino, ultima mortale umiliazione) per essere spirato nella stessa giornata in cui morirono Shakespeare e Cervantes.

A lui possiamo dedicare le ultime due terzine di un celebre sonetto di César Vallejo, così calzanti:

«Gustavo Borda è morto, lo picchiavano
tutti senza che lui gli facesse nulla;
lo legnavano sodo e duramente

 

Lo cinghiavano: sono testimoni
i giorni giovedì, le ossa degli omeri,
la vita sola, la pioggia, le strade…»

Ma se la sua esistenza terrena sarà presto dimenticata, perché nato sotto cattivi auspici e stelle non favorevoli, ci sarà comunque sempre qualcuno che in una biblioteca del sudamerica prenderà casualmente in mano un suo libro, uno dei suoi tanti “libri dispersi”, leggerà il suo nome sulla copertina, dove compare l’immagine di un’astronave con una svastica sulla coda o sulla carlinga, ed esclamerà: «Gustavo Borda, chi è costui?», riponendo il libro disgustato.

Gustavo Borda

p.s. Segnaliamo altri due autori, presenti nell’antologia di Bolaño, che sono recentemente scomparsi e che potrebbero rientrare in questa rubrica di “libri dispersi”: sono Harry Sibelius (1948-2014) e Argentino Schiaffino detto “El Grasa” (1956-2015).

 

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La letteratura nazista in America
Titolo originale: La literatura nazi en América
Traduzione di Maria Nicola
Adelphi, 2013