Ogni nuovo libro di Giorgio Manganelli è un’epifania del pensiero. Il professore era sempre lui, in ogni cosa che faceva. Non veniva mai meno alla sua ironia e all’andamento barocco e manieristico della sua prosa. Sia che scrivesse una lettera a Giulio Einaudi o che si trattasse di un appunto disperso sulla scrivania, di cui poi si lamentava che qualcuno l’avesse fatto sparire:

«Risvolto: ho dovuto farlo «a memoria», perché la fotocopia della copertina è sparita, credo grazie al sollecito ministerio di una servante ansiosa di minutamente stirarmi e levigarmi. Vuoi essere così gentile da vedere se il pezzo si adatta alla copertina come essa è veramente?» [Lettera a Bulàt (ovvero Giulio Bollati) dei primi di maggio del ‘69]

Un libro ricchissimo di dati e di aneddoti questo Estrosità rigorose di un consulente editoriale, curato certosinamente da Nigro, con un centinaio di pagine di note e commenti, nell’appendice finale.

Ne fuoriesce tutto il mondo complesso del Manga consulente, per Garzanti ed Einaudi soprattutto e poi per Rizzoli e Adelphi (con una sventurata parentesi di un paio d’anni per Mondadori), indagato in varie e variegate sfaccettature, di cui si riportano sia le schede editoriali, sia le lettere d’accompagnamento ai vari referenti delle case editrici.

Dalla prima cartella, quella di “Pegamoide”, fuoriescono in poche pagine decine di aneddoti, che arricchiscono, ma non completano, il quadro dei mercoledì dell’Einaudi (di cui esistono anche i verbali (1)), che già avevano tratteggiato Ernesto Ferrero (2) e Bonino Davico (3), lo stesso Giulio Einaudi (4), Baranelli-Ciafaloni (5), fino a Mimmo Fiorino (6), mitico autista della casa editrice e di Giulio.

Discussioni su quali classici inserire in collana (con gli estrosi consigli di Manganelli), o alcune lettere sui rapporti burrascosi con Giangiacomo Feltrinelli, il “noto eversore”, che ebbe l’onore di tenere a battesimo l’opera prima del professore, divenuto scrittore: Hilarotragoedia.

Scopriamo che Manganelli aveva una grande predilezione per testi considerati minori, specialmente del periodo tra il ‘500 e ‘600, forse perché così affini al suo modo di pensare e di scrivere. Infatti anche nelle lettere e nelle sue schede editoriali non tralascia mai di utilizzare a profusione la sua prosa barocca: ricca di artifici retorici stupefacenti e di aggettivi usati come colorate pillole del buonumore. Come sottolinea Nigro, nel saggio finale Un tonnellaggio di carta:

«Il Morgante non si fece. Fu un’occasione mancata, come la collana dei classici italiani, per la quale Manganelli andava schiumando mentre scatenava addosso ai respondabili della redazione Einaudi un’intera falange di barocchi: di autori estrosi e “concettosi”, con quelle opere che (desanctisianamente) venivano bollate come “inezie laboriose”, ma che lui, tenendo in mano le dissertazioni paradossali di Swift, le sue Laborious Dissertations, riabilitava, con una sottile e subdola inversione di parole, nella definizione di “laboriose inezie” di grandi ingegni. Aveva posto nel Seicento, in quel “quartiere” malfamato della letteratura, il suo domicilio d’elezione»

I pareri del professore sono sentenze, sono vaticini, sono grandi metafore che diventano racconti emblematici che si allargano a macchia di Rorschach sulla pagina e dai quali alla fine, dal buio di un cielo nuvoloso che corre come un gregge di pecore nere verso l’orizzonte del limitare della scheda di lettura, cala come un lampo la mannaia del giudizio ineluttabile, senza deroga.

«Tutto diverso il trattamento per John Wain: l’autore di A Winter in the Hills, aspro romanzo contadino sulla decadenza di una comunità gallese accerchiata dal torvo e mortificante industrialismo, va puramente e semplicemente picchiato, affidato a facchini iracondi e sarcastici. […] Anche il signore, raccolto il cappello dalla polvere, giri alla larga da via Biancamano. La prossima volta lo aspetteranno i cani»

Il libro letto diviene un enigma da svelare, un sentimento da trasmettere, un segno da ricalcare, uno stemma da disegnare, un’ombra da rischiarare, un’immagine da decriptare con un’altra immagine, un messaggero a cui fornire un messaggio perché galoppi veloce tra mille difficoltà (la posta, la perdita dei libri, il continuo cambio d’indirizzo, i traslochi, le segretarie distratte, il suo stesso disordine e l’accidia, l’umore malmostoso, le ripicche) verso le redazioni delle case editrici.

«La sua pagina sa di virtuosa varechina, i suoi periodi vanno in giro con le calze ciondoloni; e poi questa donna ha qualcosa da dire, e in meno di tremila pagine avrebbe l’impressione di essere rimasta un po’ sulle generali» [giudizio su Doris Lessing]

«Lettura ferroviaria, da treni accelerati, novembrini. No» [su Bernard Kops]

«Non dirò che sia tutta follia da Re Lear, ma ha una qualità plebea e svagata, una sciatteria casalinga (non è l’astratta demenza dell’umorismo britannico), un disordine da affettuoso ubriacone, che non mi dispiace. Il racconto non sta in piedi, come si addice ad una camminata di persona ebra ma senza furore; ma anche questo suo barcollare da una idea a una trovata, come se fossero fraterni lampioni, ha una sua indecorosa grazia. Confesso una certa parzialità per libro cosiffatti» [su Flann O’Brien]

Insomma un libro da leggere e da rileggere, da studiare, da imparare a memoria, da sussurrare ai bambini fuori dagli asili, come maniaci della parola, da declamare dal pulpito nelle chiese vuote tra una funzione religiosa e l’altra, ministri senza voti del culto delle lettere, e non solo per gli addetti ai lavori, ma per tutti coloro che vogliono scoprire da quale fonte di passione ed erudizione nascevano i libri che ancora leggiamo.

1) I verbali del mercoledì. Riunioni editoriali Einaudi, 1943-1952, Einaudi, 2011
I verbali del mercoledì. Riunioni editoriali Einaudi, 1953-1963, Einaudi, 2013
2) Ernesto Ferrero – I migliori anni della nostra vita, Feltrinelli, 2005
3) Guido Davico Bonino – Incontri con uomini di qualità. Editori e scrittori di un’epoca che non c’è più, Il Saggiatore, 2013
4) Giulio Einaudi – Tutti i nostri mercoledì, Casagrande, 2001
5) Luca Baranelli e Francesco Ciafaloni – Una stanza all’Einaudi, Quodlibet, 2013
6) Mimmo Fiorino – Alla guida dell’Einaudi, Mondadori, 2001

 

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Estrosità rigorose di un consulente editoriale
Adelphi
2016